Quattro libri per ricominciare

Il primo libro è La Repubblica dell’immaginazione di Azar Nafisi (pp.13 e 25):

Molto prima di un mondo suddiviso in Paesi e nazionalità, esisteva, nella mia mente, una Repubblica dell’immaginazione: un posto dove potevo spiccare il volo, libera dal peso delle noiose regole che governavano la mia esistenza terrena. […]
La conoscenza immaginativa non è una cosa che oggi si ha e domani si getta via. È un modo di percepire il mondo e di capirlo. È anche il principale strumento con il quale donne e uomini di provenienze e culture diverse si mettono in comunicazione e formano una comunità.

Il secondo libro è Lettori si cresce di Giusi Marchetta (p. 80):

E mentre con morboso interesse guardo un format incentrato sui più strambi accumulatori d’America (gente con la casa che trabocca di peluche e ceramiche a forma di maiale per intenderci), mi viene spontaneo chiedermi se più che il contenuto di questi programmi non sia il modo in cui raccontano le storie a essere importante. La struttura risale sempre alle funzioni narratologiche fondamentali: personaggi, intreccio, spazi e tempi sono accuratamente costruiti. Tuttavia il linguaggio utilizzato è scarnificato e banale; l’utilizzo di stereotipi è altissimo, l’autoreferenzialità un dovere, il racconto è quasi sempre un metaracconto (Questa puntata è più figa di quella della settimana scorsa ma meno della prossima!); il vocabolario usato è minimo e ripetitivo, il pathos si concentra sulla necessità di stappare l’emozione facile: accomodatevi pure a conoscere il ragazzino che deve dimagrire in un mese, la sedicenne incinta, la competizione di cuochi, modelle, spose, la vittima di un trauma da superare in diretta, i tamarri del New Jersey. Insomma, qualunque libro al confronto sembrerebbe troppo e inutilmente complicato.

Il terzo libro è Asterusher di Michele Mari e Francesco Pernigo (pp.38 e 63):

Trompe l’oeil realizzati con grazia e discrezione da anonimi imbianchini, veritieramente chiamati pitùr. Sbiaditi dal tempo, appaiono all’improvviso come sogni sognati dalla casa stessa.

muro

La mia vicenda di scrittore e ancor prima di lettore è stata profondamente segnata da due facce. Si tratta di due teste di legno massiccio, probabilmente dei primissimi anni del ‘900, che mio padre comprò alla fiera di Senigaglia quando ero molto piccolo. La prima è la testa dell’uomo che io chiamavo ‘il signore’; la seconda, che ho sempre sentito non solo come opposta e antitetica ma anche come complementare, è la testa del ‘mostro’. Tale mostro ghignante, senza che nessuno mi avesse ancora raccontata la storia di Jekyll e Hyde, è sempre stato per me la deformazione del ‘signore’, la sua tensione, il suo destino: se non addirittura la sua permanente verità. Ne derivava che quella rassicurante era la faccia dell’inganno, e quella mostruosa la faccia della sincerità.

facce

Il quarto libro è Gli anni di Annie Ernaux (pp.244-246):

Nella mescolanza dei concetti era sempre più difficile trovare una frase per sé, la frase che, pronunciata in silenzio, aiuta a vivere. […] La ricerca del tempo perduto passava dal web. Gli archivi e tutte le cose passate che non immaginavamo neanche di poter ritrovare un giorno ci si facevano incontro nell’istante stesso in cui le cercavamo. La memoria era diventata inesauribile, ma la profondità del tempo – quella che ci veniva trasmessa dall’odore e dall’ingiallimento della carta, dal fruscio delle pagine, dalla sottolineatura di un paragrafo a opera di una mano sconosciuta – era scomparsa. Eravamo in un presente infinito. Lo volevamo salvare di continuo, in una frenesia di foto e filmati di cui facemmo un rinnovato utilizzo sociale. Centinaia d’immagini disperse ai quattro angoli del nostro mondo di amicizie trasferite sui computer e archiviate in cartelle che finivamo per non aprire quasi mai. Ciò che contava era aver scattato la foto, aver captato e raddoppiato l’esistenza, averla registrata in diretta, i ciliegi in fiore, una camera d’albergo a Strasburgo, un neonato. Luoghi, incontri, scene, oggetti, era la conservazione totale della vita. Con il digitale esaurivamo la realtà.

Scrivo come sono quest’anno ricomincia da qui, da questi movimenti che parlano del tempo del racconto e del tempo della nostra vita.
Di quanto come viviamo e come raccontiamo la vita abbiamo segrete e vitali corrispondenze di cui la scuola deve farsi carico.

Inizierei col leggere libri buoni, ogni giorno, e con l’abbandonare definitivamente il tema per rischiare qualche strada meno agevole, qualche viottola laterale dove però si trovano le pozze più profonde e la pesca può essere vitale.

L’immagine di copertina è di Francesco Pernigo, in Asterusher (p.83).

L'autore di questo post

Sono nata a Pesaro nel 1974. Sono autrice di una raccolta di racconti, tre libri per bambini e una storia su un re un po' strano che si chiama Arcifungadue, la trovate su Yuri la rivista. Quasi ogni giorno leggo storie ai bambini e ai ragazzi. Studio e lavoro per la costruzione della loro lingua individuale.

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