La voce

Quando si lavora alla propria voce si lavora alle proprie risorse, alla straordinaria capacità di adattamento, di creazione e invenzione, di comprensione verso il reale, a tutte le strade che dentro di noi, come educatori, possiamo aprire per metterci in relazione con noi stessi e con l’altro.
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Negli ultimi anni ho sempre più virato, in sede di formazione di insegnanti ed educatori, verso una riflessione ampia e complessa sul tema della voce.
Tema-mondo che riguarda tanto la realtà del testo, di come la grammatica agisca e raccolga le forze con cui il pensiero si struttura, quanto la realtà della persona che insegna, che conduce un laboratorio, che accompagna un bambino, un ragazzo, nella crescita.

La voce, come il corpo, non mente, scrive Laura Pigozzi.
Però non esiste una ontologia della voce, se esiste la trovate a teatro – è l’attore, l’attrice, che lavora sulla propria voce fondandone la ragione, il cuore e il corpo in tutte le sfumature, in tutti i possibili passaggi di sostanza emotiva e sentimentale, ancorando ogni gesto all’esperienza del vissuto perché gli spettatori possano risentirla e riconoscerla.

Non esiste una ontologia della voce nemmeno dal punto di vista della formazione, è il vuoto che ho cercato in questi anni di colmare, partendo e sempre ritornando sul singolo maestro, sulle singole motivazioni di ogni maestra, il che è di una difficoltà estrema poiché la sensazione, il clima imposto dal sistema in cui poi si eserciterà la professione, è quello del giudizio.

A scuola si danno i voti, potete anche dare le faccine, ma ci sarà sempre una faccina che ride e una che sta seria e il bambino capirà facilmente che se ha preso la faccia seria o peggio la faccia triste, il giudizio sul suo lavoro non è buono, non è buono quindi il lavoro che ha fatto.
Che, detto tra noi, sai quanto è meglio un bel 2 che non prova sentimenti, che non ha nessuna espressione umanamente percepibile e dunque nessuna possibilità di precipitare sul versante interiore, quello personale, ma rimane lì a darti una sgridata che è di forma, non di sostanza.
A scuola si danno voti, dicevo, giudizi, e quella del voto e del giudizio (di valore) è la montagna che si deve scalare durante un corso di formazione, per poter lavorare davvero a cambiare forma, ad evolvere, o almeno a provarci.

Quando si lavora alla propria voce si lavora alle proprie risorse, alla straordinaria capacità di adattamento, di creazione e invenzione, di comprensione verso il reale, a tutte le strade che dentro di noi, come educatori, possiamo aprire per metterci in relazione con noi stessi e con l’altro, attuando quel processo di modellizzazione che è la responsabilità più grande che ci assumiamo entrando in classe.

C’è un valore assoluto della voce


Questo valore non riguarda il semantico, ciò che la voce veicola unita alla parola, unita al linguaggio, ma un valore che risiede tutto nella natura musicale e ritmica della sostanza sonora del vocalico.
Adriana Cavarero ha ripercorso la storia di una possibile ontologia vocalica.
La tradizione filosofica àncora con forza la voce al pensiero, il quale viene prima della voce ed è ciò che resta, al di là della voce che rimane puro meccanismo trasmissivo.
La linguistica tratta il linguaggio come sistema:  qui la voce è la sfera delle articolazioni sonore, ma ciò che non viene mai trattato è appunto la unicità di quel suono.
Gli studi sulla oralità, si fermano al vocalico come piacere dell’aedo nel rievocare la grandezza di sentimenti e atti perduti di dei ed eroi.
Gli studi più preziosi sembrano essere allora, per una ontologia della voce, quelli dedicati alla poesia dialettale poiché hanno al centro un’idea di vocalità come attività e valore che le sono propri,  indipendentemente dal linguaggio. 

Forse è uno dei motivi per cui ad ascoltare Baldini che legge se stesso è un prodigio in cui testo scritto e testo letto si saldano senza lasciare possibilità di scollamento tra progetto, scrittura e voce.
Studiare la vocalità è individuare il nodo teorico fondamentale che lega la voce alla parola (la spinta a voler dire, all’esiste, al flusso di vitalità) – ma anche qui la voce è voce generica.

Dunque, sempre seguendo la Cavarero, e per concludere, la sfida dell’ontologia vocalica consiste nel pensare al rapporto tra voce e parola come un rapporto di una unicità che pur risuonando anche e innanzitutto nella voce umana che non è parola, continua a risuonare nella parola cui la voce umana è destinata. 
E allora bisognerà arrivare a dire che la parola c’è perché ci sono dei parlanti, e cioè che il senso della voce non risiede solo nella sua unicità, ma anche nella sua natura relazionale

L’atto del parlare è relazionale, e ciò che in esso si comunica, al di là degli specifici contenuti che le parole comunicano, è la relazionalità acustica, empirica, materiale delle voci singolari.
Ogni maestro dovrebbe essere consapevole del potere della propria prosodia vocale, unica, autentica madre della relazione educativa.

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