I bambini pensano grande

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Sto leggendo un libro bellissimo.
Il 16 giugno a Roma ci sarà un seminario che parte da questo libro bellissimo.
Il libro è I bambini pensano grande di Franco Lorenzoni e il seminario è questo, per chi ha due fortune, quella di aver letto il libro e quella di poterci essere.

Ho segnato delle pagine, tante, e adesso traccio dei confini seguendo questi segni. Il libro è molto di più; la complessità del metodo e la ricchezza di implicazioni per la pratica educativa sono molte di più, ma tant’è – ecco piccole tappe sottratte a un itinerario magnifico.

In un tempo di straordinario movimento, simultaneità e velocità di visioni, lavorare a a lungo intorno a pitture, disegni e fotografie, proponendo all’attenzione dei bambini immagini fisse, che rimangono uguali nel tempo, credo sia un terreno educativo necessario, perché permette di sperimentare la sosta e la durata.
(pagine 31-32)

Sul che cosa sia la cultura, l’arte la scienza e il ruolo della scuola.

A differenza degli insegnanti di medie e superiori, noi maestre e maestri di scuola elementari, se mettiamo un minimo di cuore nel nostro lavoro, è difficile che non si sia amati. Ma come gestiamo questo enorme potere che esercitiamo sulle bambine e bambini che si trovano a stare con noi senza averlo scelto?
(pagina 55)

Sull’arte del guardare che si chiama geometria.

Sul tema della responsabilità.

Sulla prostituzione della parola quando parliamo senza dare l’esempio vivo di ciò che diciamo: se abbiamo la pretesa di educare, dobbiamo non dimenticare mai che i bambini osservano con attenzione il corpo, il comportamento e l’esempio che diamo loro.
(pagina 135)

Sulla morte, sul parlare della morte, su che cosa significhi fare filosofia con i bambini.

Quando è che si creano le condizioni perché ci si possa sentire prossimi o in qualche modo ospiti provvisori di una condizione diversa dalla nostra?
La mia sensazione è che tutto ciò può cominciare ad accadere quando sperimentiamo la nostra vulnerabilità. Quando accettiamo di essere colpiti e feriti da qualcosa che incontriamo. Quando si rompe la nostra indifferenza.
(pagina 139)

Anche se ha l’ambizione di dilatare il tempo, l’atto educativo vive solo nel presente, come la danza.
(pagina 192)

Sull’importanza della musica, del canto della voce dei bambini; su Celestin Freinet.

Sul Movimento di Cooperazione educativa del gruppo romano degli anni Settanta.

Fin dalle prime settimane che cominciai ad insegnare a Roma alla Magliana, come supplente in una seconda elementare, ciò che più mi attrasse era ascoltare il linguaggio infantile così come prendeva forma nelle voci dei bambini e nelle loro prime e incerte e intense composizioni scritte. Quando ero piccolo a scuola li chiamavano pensierini, con quella insopportabile sufficienza che noi grandi abbiamo quando guardiamo i piccoli come donne e uomini non ancora pienamente formati. Rileggendo le loro parole, scritte a sei anni, si ha l’impressione di leggere poesie, non perché dicono cose carine o curiose, come spesso pensiamo noi adulti, ma perché rispondono a un’esigenza concreta di incontro con il mondo e i suoi misteri, perché si dirigono verso ciò che è sconosciuto senza remore e protezioni, senza vergognarsi di dire di sé.
(pagina 206)

E poi ancora su cosa sia la filosofia, e sul ruolo del teatro sulla strada che dà senso alla propria voce e al proprio esserci nel mondo.

Veramente lampi troppo brevi, ma sufficienti spero a dar conto di una esperienza pedagogica che delinea la figura di un maestro filosofo che per prima cosa è un maestro interessato a ciò che fa e a coloro per i quali lo fa e viceversa. Un maestro in formazione permanente, immerso nella quotidianità vissuta dai bambini, capace di guardare oltre questa quotidianità e insieme di salvarla fin nei minimi passi. Un maestro che usa il programma come un insieme di ipotesi – alcune fioriscono e danno frutti inaspettati, alcune cadono lungo la via: il giardino al quale conducono è per tutti: bambini, famiglie, la comunità in cui vive la scuola, il maestro stesso.

…bambini e bambine hanno un modo di rapportarsi ai confini molto diverso dal nostro. I confini tra mondo esterno e mondo interno, tra ciò che è vivo e che non è vivo, tra percepire e immaginare non conoscono frontiere armate e passaporti, come per noi adulti. I bambini attraversano continuamente questi confini e uniscono e mescolano mondi diversi, perché si mettono continuamente in gioco e credono nei giochi che fanno. I bambini, infatti, sanno credere e non credere a una cosa al tempo stesso, come avviene per anni con la storia di Babbo Natale.
Questa sospensione di incredulità è importante, perché è alla base di ogni arte e di ogni possibilità di godere dell’arte. Nella sospensione dell’incredulità, inoltre, sta la radice della possibilità di incontrare ed aprirci ad altri mondi ed anche la tensione, ancor più importante, a non accontentarci di come va il mondo. Credo che non dovremmo dimenticare mai che di questa sospensione i bambini sono i nostri maestri. Maestri troppe volte inascoltati.
(pagina 202)

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