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Tartarughe all’infinito (Rizzoli)

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John Green, Tartarughe all’infinito, Rizzoli

Lo stavamo aspettando: in libreria è tornato John Green!

Avete divorato Cercando Alaska? Avete consumato interi pacchetti di fazzoletti con Colpa delle stelle? Siete corsi subito al cinema per scoprire se era stata resa giustizia a Città di carta e all’appello nella vostra libreria non manca Teorema Catherine (tutti titoli Rizzoli)?

Vi capisco. Non servono i numeri di copie vendute (tantissime) né i riconoscimenti (e a lui, tra l’altro, non sono mai mancati, a partire dalla Printz Medal, il premio attribuito dai bibliotecari americani alla letteratura Young Adult) per apprezzare e poi amare la sua scrittura.

Prima ancora, infatti, di immergerci nella storia che Green vorrà raccontarci questa volta, sappiamo già che avremo il piacere di ritrovare il suo stile, che riesce a trovare sempre una voce vicina a quella dei suoi personaggi e della loro età, nel nostro caso anche grazie alla traduzione di Beatrice Masini.

Una storia, due indizi

Tornando alla storia che Green vuole raccontarci… Di che cosa si tratta questa volta?

La copertina ci dà due indizi. Il primo è nel titolo: Tartarughe all’infinito.

Alquanto criptico, non trovate? Tra le prime pagine del romanzo, ci ritroviamo in un fiume che “brulicava di tartarughe”. Ecco, viene naturale pensare, l’arcano sul titolo verrà svelato ora! Invece no, le tartarughe restano nel fiume e noi restiamo con il nostro punto di domanda.

Dobbiamo attendere un po’ prima di arrivare al racconto di una conferenza sulla storia della Terra, dove tutte le conoscenze e gli studi di uno scienziato sono spiazzati dall’intervento di una vecchia signora seduta in fondo alla platea:

“Tutto chiarissimo, signor Scienziato, ma la verità è che la Terra è un piano appoggiato sulla schiena di una tartaruga gigante”.

Lo scienziato decide di divertirsi un po’ con la donna e ribatte: “Be’, se è così su cosa è appoggiata la tartaruga?”.

E la donna risponde: “Sul guscio di un’altra tartaruga gigante”.

Lo scienziato adesso è seccato, e dice: “Be’, e quella tartaruga su cosa è appoggiata?”.

E la vecchia dice: “Signore, lei non capisce. Sono tartarughe all’infinito”.

Se le cose stanno così, quanto è inutile, allora, cercare la tartaruga alla base della pila? 

Il secondo indizio è nella copertina del libro: una spirale all’interno della quale è racchiuso il titolo.

L’immagine della spirale la ritroveremo più volte all’interno del romanzo, perché descrive bene i pensieri nella testa della protagonista:

Quando i miei pensieri prendevano la spirale, io ero la spirale, io ero nella spirale, e della spirale.

Aza nel vortice dei suoi pensieri

La protagonista del romanzo si chiama Aza Holmesy ed è una ragazza di sedici anni che vive a Indianapolis con la madre. La storia è raccontata in prima persona, un particolare importante dal momento in cui Aza soffre di un disturbo ossessivo-compulsivo che la fa perdere spesso, come lei cerca di descrivere in più momenti, in una spirale di pensieri intrusivi. A volte è così ossessionata dal pensiero di microbi e malattie dentro di sé da estraniarsi e bloccarsi completamente, arrivando a compiere gesti insensati, se visti da un punto di vista esterno, e anche autolesionistici.

Da quando è piccola, Aza si preme l’unghia del pollice destro nel polpastrello del dito medio, a furia di farlo da anni ha una ferita che si apre costantemente perché non ha mai il tempo di cicatrizzarsi. La paura dei batteri la porta a concentrare il suo pensiero sui cerotti da cambiare per non infettare la ferita e, quando il pensiero dell’infezione diventa troppo intrusivo, riapre lei stessa la ferita per spremere fuori il sangue. Pur nelle difficoltà vissute quotidianamente, parte della sua vita scorre come quella di ogni sua coetanea, tra scuola e gli incontri con la sua migliore amica Daisy, in più, però, ci sono gli appuntamenti con il dottor Singh e l’impegno – non sempre assolto – di prendere quotidianamente delle medicine per tenere a bada i sintomi del disturbo

Un giallo a Indianapolis, dall’altra parte del fiume

La narrazione parte dalla scomparsa del miliardario Russel Pickett, amministratore delegato della Pickett Engineering. C’è una ricompensa di centomila dollari per chi abbia informazioni utili a ritrovarlo. Pickett è scomparso proprio la sera prima di una irruzione dell’FBI a casa sua nell’ambito di un’indagine per truffa e corruzione, lasciando soli due figli.

Aza conosceva Davis, il figlio maggiore del miliardario, perché per due estati di seguito i due erano stati insieme in un campeggio per ragazzi che hanno perso un genitore (Aza ha perso il padre, Davis la madre). Ogni tanto i due si erano visti anche durante l’anno scolastico, ma ormai – pur abitando non troppo lontano, sulla riva opposta dello stesso fiume – sono anni che non si vedono.

È Daisy a convincere Aza a intraprendere la ricerca dell’uomo scomparso, superandone le diffidenze iniziali, soprattutto per quanto riguarda l’idea di ripresentarsi dopo tanti anni dal suo vecchio amico, come se nulla fosse, non rivelando le proprie vere intenzioni.

Quello che all’inizio sembrerebbe prendere la via di un giallo, con tanto di telecamera nascosta con video da recuperare e indizi da decifrare, devia presto in un’altra direzione.

Nascono dei sentimenti tra Aza e Davis, anche se il ragazzo è ben consapevole del secondo scopo di quella improvvisa comparsa. Davis, però, si sente estremamente solo e deve anche occuparsi del fratello piccolo che, ancora di più, ha bisogno di risposte sull’assenza del padre, non dandosi pace del fatto di non aver ricevuto più da lui neanche un messaggio o una telefonata.

Ma non è tanto (o, meglio, non solo) la storia d’amore a essere al centro del libro.

Al centro c’è Aza, con la sua mente. C’è Aza con le sue difficoltà, con la sua incapacità – a volte – di vedere chi le è intorno, perché i pensieri intrusivi non le permettono di vedere bene neanche chi sia lei stessa.

Daisy, un’amica unica

Ciò che più ho amato nel racconto di Tartarughe all’infinito è la figura di Daisy.

Daisy è solo una ragazza ma dimostra una grande sensibilità e maturità. Per molti versi le due amiche sono diverse: Daisy vive in un famiglia con qualche difficoltà economiche, per questo motivo lavora già come cameriera e desidera tanto i centomila euro frutto della loro indagine; è una ragazza vitale, piena di iniziativa e scrive fan fiction su Star Wars. La sua amicizia è forte, perché sa accettare e comprendere Aza, nonostante sia una persona per niente semplice da gestire, spesso così presa dalle sue ossessioni da essere il centro di tutto.

John Green ha parlato di Tartarughe all’infinito come il romanzo in cui, per la prima volta, è riuscito a parlare del disturbo ossessivo-compulsivo di cui soffre da molti anni (ne parla anche in un video del celebre canale YouTube gestito insieme al fratello), per questo motivo, in alcune occasioni, le parole di Daisy mi sembrano il frutto di un lungo percorso di analisi e di accoglienza di se stesso dello stesso autore.

Daisy a inizio romanzo racconta della nascita della città di Indianapolis, capitale dell’Indiana, costruita appositamente al centro dello Stato sulle rive del fiume White River a partire dal 1819, prima di scoprire che il White River era troppo basso per essere navigabile.

Riprendendo la stessa immagine, Daisy molte pagine dopo, ribalta il punto di vista di Aza, che si sente come il White River, e ci conferma di essere l’amica che noi tutti vorremmo essere o avere.

«Credo che forse sono come il White River. Non navigabile».

«Ma non è questo il senso della storia, Holmesy. Il senso della storia è che la città l’hanno costruita comunque, capito? Uno si arrangia con quello che ha. Loro avevano questo fiume di merda, e sono riusciti a costruirci attorno una città normale. Non sarà una grande città. Però non è male. Tu non sei il fiume. Tu sei la città».

 

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