Vincent che sapeva inventare i colori

Unknown Lo prendevano in giro fino a ridergli in faccia. Lo canzonavano fino a fargli male, e sì che    lui sembrava indifferente a ciò che gli stava intorno. Però, la paura alimenta la cattiveria e la diversità nutre la paura e Van Gogh era molto diverso da tutti gli altri, e non bastava chiamarlo, in modo offensivo, “il Rosso matto”, non era sufficiente evitarlo, bisognava umiliarlo, ricordargli ogni giorno che lui non apparteneva alla comunità degli uomini.

Semplicemente era molto solo come narra nel suo bel libro dedicato a “Vincent, il matto”, Luiz Antonio Aguiar, pubblicato dalla Giunti (pp. 124, 12 euro).  Un romanzo in cui lo scrittore brasiliano tratteggia la figura di Van Gogh attraverso gli occhi di un bambino (Camille Roulin), lo stesso che sarà ritratto nel dipinto “Il bambino con il cappello”, più noto come “Lo scolaro”, il figlio del postino di Arles, che divenne l’unico amico del pittore espressionista.

A guardare in superficie, come capita a molti, il pittore olandese era strano. Nel 1888, quando si rifugiò ad Arles, nella Provenza francese, in fuga da Parigi, alla ricerca di un luogo accogliente, andava in giro incurante del proprio aspetto, litigava spesso con il padrone di casa che gli faceva pagar caro il pessimo cibo, si ubriacava di frequente, e non mostrava nessun interesse per la cultura e la storia di quei luoghi, di cui invece, andavano così fieri i suoi concittadini.

Di più ancora, irritò gli abitanti di Arles il suo atelier, ingombro di quadri che non piacevano, allora, alla fine dell’Ottocento (oggi sono tra i più amati e più ricercati), interamene dipinto di giallo, il suo colore preferito, inquieto e irritante come riusciva ad essere lui, non poche volte.

Camille che ha undici anni, gli consegna pacchi di colore, tele e pennelli che arrivano da Parigi, spediti dal fratello Theo, mercante d’arte. Grazie all’amicizia del padre Joseph che invita spesso Vincent a casa, Camille impara a conoscere quell’uomo bizzarro, ma più di tutto la sua arte, l’intensità dei suoi colori, il dinamismo dei suoi quadri.

Van Gogh rimase poco più di un anno nella cittadina del Sud francese, in cui aveva trovato una natura straordinariamente bella, con “un’alta nota gialla” che aveva steso in infinte sfumature sulle sue tele di girasoli, covoni di fieno, campi di grano, e sulla sua stessa casa, in piazza Lamartine. Ad Arles dipinse i suoi quadri più famosi.

Il romanzo dura anch’esso un anno, articolandosi in stagioni, anziché in capitoli, dalla primavera all’inverno, in cui la famiglia Roulin parte per Marsiglia, e Van Gogh rimarrà ancora una volta solo.

Il romanzo di Aguiar, molto più che una biografia, racconta un modo di fare arte, di viverla sulla propria pelle, che è un altro modo di vedere il mondo. 

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