L'Africa vista dal mare di casa

Nella foto c'è Emanuela, la mia splendida bambina, nel pieno della festa che ha portato da noi un po' di Senegal

Ogni anno l’estate è un desiderio di lontano: partire e dimenticare e vedere altro da ciò che è stato, per noi, ogni giorno.

Anche l’estate appena trascorsa è stata desiderio di lontano, salvo poi rimanere a casa, circondata, tenuta dal mare che amo d’inverno con la tenacia dei bambini.

Il lontano l’ho sfogliato nelle pagine dei libri, passando per Diol Kadd  e per l’Africa – un posto che non costringe nessuno a cancellare quello che ha alle spalle, scrive Gianni Celati.

Vi è una particolare grazia nel pensiero di un luogo dove nessuno rinuncia non solo a ciò che è, ma a ciò che è stato. Una grazia solida e sicura come una casa.

Una donna passa in mezzo agli ombrelloni, la conosco, si ferma a parlare, appoggia il cesto che tiene in testa e riposa sotto l’ombra. Le chiedo del Senegal, di Ahmadou Bamba, il santo che ha scritto sette tonnellate  e mezzo di libri, che non ha fatto che scrivere tutta la vita secondo una lingua per l’orecchio, costruita da parole leggere e parole pesanti. Lei dice sì, sì, sì. Ahmadou Bamba. E scelgo una delle sue bellissime collane.

Mia figlia Emanuela mi chiede se le canto la ninna nanna che le cantavo quando era molto piccola. La intoniamo insieme mentre raggiungiamo la riva – stella stellina la notte si avvicina, la fiamma traballa, la mucca è nella stalla, la mucca e il vitello, la pecora e l’agnello, la chioccia coi pulcini, la gatta coi gattini … la capra ha il suo capretto, la mamma ha il suo bimbetto, ognuno ha la sua mamma e tutti fan la nanna – e le nostre voci sono leggere leggere e poi a un tratto ecco che scendono giù, pesanti, lente e più calde.

Sempre dentro quel piccolo libro prezioso, Passar la vita a Diol Kadd  si racconta di come la gente ascolti i racconti sui discepoli del santo Bamba con amore, perché non puoi ascoltare una cosa se non la ami. Come se ascoltando venisse accolto qualcosa che è già dentro di noi, dunque solo riconosciuto. 

La voce è il flauto che porta le note, la sinfonia è già scritta da qualche parte nella nostra memoria, nel nostro cuore, nel modo in cui siamo e nel modo in cui riusciamo a difendere noi stessi, a non rinunciare a ciò che siamo, a ciò che siamo stati.

Ogni viaggio dovrebbe avere infine questa meta.

L'autore di questo post

Sono nata a Pesaro nel 1974. Sono autrice di una raccolta di racconti, tre libri per bambini e una storia su un re un po' strano che si chiama Arcifungadue, la trovate su Yuri la rivista. Quasi ogni giorno leggo storie ai bambini e ai ragazzi. Studio e lavoro per la costruzione della loro lingua individuale.

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