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Il tempo delle “prove per lo sport giusto” è la prova più difficile di settembre, soprattutto per chi assume la pratica di uno sport come obbligo morale a fronte di figli riottosi e volubili.

La prima variabile è quella del “quando”.

Tutti si affollano nei corsi del sabato mattina. Agli altri tocca il pomeriggio dei giorni feriali, in orari che costringono a fare la spola da scuola a casa e da casa in palestra.

E come se ciò non bastasse, l’iscrizione (anche solo per provare) è una vera e propria corsa contro il tempo.

Per poter essere avviato ad una pratica sportiva, spesso è necessaria una pre-iscrizione per la quale è obbligatorio ricorrere ad un appuntamento che può essere fissato solo in una determinato giorno e orario. Un complicato intreccio che mette a dura prova la già dura gara quotidiana contro il tempo.

La scelta di “quale” sport è la seconda variabile.

Si comincia dai più tradizionali ma poi ci si lascia prendere la mano: il calcio, il tennis, il nuoto, la danza, la pallacanestro, la pallavolo, passando per l’atletica leggera, il rugby, il nuoto sincronizzato, il pattinaggio, le arti marziali, l’equitazione, la scherma, fino ad arrivare al badminton, all’hip-hop, all’arrampicata, allo yoga, alla ginnastica circense…

Non si resiste al fascino dell’insolito, dell’alternativo, dello sport di nicchia che non è praticato da nessuno.

Sono tante le motivazioni.

L’opzione “saranno famosi”: con così pochi praticanti non potrà che eccellere e diventare un campione olimpico.

“Se avessi potuto…” è l’opzione più classica, quella per cui i sogni di gloria sono trasferiti sui propri figli, a prescindere dalle specifiche abilità.

La più disarmante è l’opzione “gli farà bene uno sport duro” così impara a difendersi e a farsi rispettare e i bimbi si trovano ad incrociare i guantoni o a combattere su un tatami.

Per i più introversi, il classico “per mio figlio occorre uno sport di squadra”, anche se si dovesse trattare di uno di quelli tra i meno conosciuti e i più esotici come curling, kabaddi, bike polo, ruzzola, palla basca, twirling.

Pur sapendo di mentire, chi crede che “l’importante è partecipare” va alla ricerca di sport dove la competizione è limitata al minimo: il tiro con l’arco, il trampolino elastico, il frisbee, il tree climbing, il parkour, l’orienteering, lo skateboard fino alle gare di aquilone.

La mia preferita è l’opzione “giusto per divertirsi” che, poi, è quella di coloro che tempestano l’allenatore di domande sulle prestazioni agonistiche dei propri figli.

A complicare le cose, quest’anno, è la recente abbuffata televisiva a cui noi papà “sportivi” (quelli che, al massimo, si impegnano a salire le scale a piedi e a pestare l’erba sintetica di un campo di calcetto, una volta a settimana) abbiamo costretto i nostri figli nel periodo delle gare olimpiche.

Lo spirito di emulazione (il nostro proiettato sui figli) ci ha reso ancor più determinati nel forzare la mano.

“Marta che sport vogliamo fare quest’anno?”. “Papi, perché vieni anche tu in palestra con me?”.

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