Pollyanna

Insomma, Pollyanna ci è o ci fa? Vi raccontiamo il sentirsi Pollyanna tra cartoni animati, dubbi e psicologia

Il momento in cui mi sono sentita più vicina a Pollyanna è stato quando avevo otto anni. Stavo trascorrendo una domenica pomeriggio di prima estate in campagna, scorrazzando su di una BMX di proprietà del figlio di amici dei miei genitori, mio coetaneo, che mi piaceva moltissimo. I miei, per strapparmi per qualche ora dal mio bozzolo di libri, musica e fantasie varie mi avevano spinta ad andare e io avevo accettato, attirata dalla prospettiva di passare del tempo con il protagonista dei miei primi batticuori. Lui, oltretutto, aveva acconsentito a prestarmi una delle sue beneamate biciclette – il che a quell’età è più o meno il corrispettivo di condividere le chiavi di casa oggi. Insomma, non nego di avere avuto speranze romantiche – che si sono infrante bruscamente contro il primo sasso che ho preso in pieno, volando stile parabola ellittica dalla famigerata BMX e atterrando per terra con le mani avanti. Il mio compagno di scorribande, dopo aver speso un nanosecondo a sincerarsi che non mi fossi spaccata la testa in due, aveva proseguito garrulo la sua corsa, mettendo fine in un sol colpo ai miei sogni romantici e, allo stesso tempo, alla mia carriera come biker.

La mattina seguente mi ero svegliata e non riuscivo più a muovere le braccia. Il medico mi diagnosticò una fortissima contrattura muscolare dovuta alla caduta, che sarebbe passata da sola in qualche giorno. Ho trascorso ore sul tappeto del salotto a rimuginare sulle mie pene d’amore, sfogliando il libro illustrato di Pollyanna che mi avevano regalato qualche tempo prima e fingendo di essere lei, paralizzata dopo la caduta dall’albero mentre fuggiva dalla casa della zia Polly, mentre tutti piangevano al mio capezzale – omissore di soccorso compreso. Ora mi rendo conto di quanto tutto ciò fosse assurdo e di cattivo gusto – ma i bambini lo sono spesso, con innocenza e un certo stile che da adulti si perde – ma all’epoca mi sentivo molto eroina romantica a comportarmi così. Sfogliando le pagine del libro con i denti, causa braccia fuori uso, continuavo a chiedermi come diavolo fosse possibile che lei – dopo tutte le turpitudini a cui la vita l’aveva sottoposta – fosse sempre felice come “un raggio di sole”, mentre io fossi così arrabbiata e triste dopo quello che mi era capitato, che non era niente di che, in effetti.

Qual era il suo segreto? Ero sbagliata io? Perché non riuscivo a trovare nessun lato positivo in quello che mi era successo? Per la prima volta, mi trovavo di fronte alla reale difficoltà del “fare buon viso a cattivo gioco”.

Pollyanna infatti è sempre, perennemente felice. Non importa quello che accade intorno a lei: non ha nessuna rilevanza, lei è felice di default. Campionessa olimpica del famigerato “gioco della felicità”, passa le giornate a stalkerare vecchietti infermi che vorrebbero solo restarsene lì a rimuginare sulla morte in santa pace, costringendoli a trovare almeno un lato bello nella loro condizione. Salva decurie di passerotti che non vogliono essere salvati e si precipita a rigirar tartarughe che a pancia in giù stanno benissimo. Trascorre ore perseguitando la povera zia Polly, che vorrebbe soltanto godersi il proprio status di single benestante, obbligandola in tutti i modi a trovarsi un fidanzato, consapevole che quello che davvero conta alla fine per una donna è avere qualcuno a cui rammendare i calzini. È felice quando qualcuno le ruba la torta che si era portata per merenda perché, se l’avesse mangiata, avrebbe potuto sporcarsi il vestitino – oppure, per aggiungere un tocco drammatico, la torta avrebbe potuto essere avvelenata e il ladruncolo le ha così involontariamente salvato la vita. È felice quando piove perché se ci fosse stato il sole si sarebbe forse scottata il naso. È felice quando qualcuno le fa lo sgambetto e cade per terra perché si è limitato a fare questo, invece di spingerla giù per un dirupo. È felice anche quando è triste, perché se soffre vuol dire che è viva. Pollyanna è felice sempre, per qualsiasi cosa.

Il “gioco della felicità” che Pollyanna praticava strenuamente è stato in seguito molto criticato dai pedagogisti e dalle teorie sul femminismo poiché obbligava la donna a doversi sentire sempre in debito per qualcosa, precludendole la sacrosanta possibilità di arrabbiarsi – usiamo questa parola perché siamo in fascia protetta! – che dovrebbe essere diritto di tutti gli esseri umani – e le donne, fino a prova contraria, fanno parte della categoria. La rabbia, la frustrazione, il rancore, la voglia di rivalsa: tutto è bandito dal colorato mondo di Pollyanna, dove c’è spazio solo per felicità e gratitudine eterna. Questi sentimenti, però, non sono sempre negativi: molto spesso sono lo sprone per migliorare, per lottare, per sentirsi meglio. Sono sentimenti sani, a patto che non diventino gli unici.

Si è scomodata perfino la psicologia cognitiva, coniando l’espressione “sindrome di Pollyanna” per definire quelle persone che si sentono sempre in dovere di sentirsi felici e di non essere di peso agli altri – anche se magari avrebbero solo voglia di mettersi a gridare fino a rompere tutti i bicchieri di casa, o semplicemente di sdraiarsi davanti alla televisione senza preoccuparsi di nessuno, anche solo per cinque minuti.

Insomma, la povera Pollyanna è stata nel tempo sepolta sotto una montagna di critiche, il suo “gioco della felicità” bollato come “ottimismo idiota” dalle teorie psicanalitiche e la lettura delle sue avventure superata.

Ma è davvero così?

Non è che forse la nostra lentigginosa ragazzina avesse invece capito che, se è vero che non possiamo controllare le cose che ci succedono, possiamo invece avere il controllo su quella che è la nostra reazione? Che reagire a un evento sfortunato in modo lucido e senza disperarsi dà lo stesso risultato – anzi, probabilmente migliore – di strapparsi i capelli e picchiare i piedi per terra? Che, dato che questa vita dura un battito di ciglia, arrabbiarsi per ogni piccola cosa porta solo a perdere un sacco di tempo?

Insomma, Pollyanna ci è o ci fa? Non è dato saperlo con certezza, ma penso davvero che possa valere la pena di dare alla ragazzina dai capelli rossi e alle sue avventure una seconda possibilità. 

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