“Ogni cosa è illuminata” per raccontare l’Olocausto

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27 Gennaio 2015

Ogni anno si ripropone a scuola la necessità di raccontare l’Olocausto e ogni volta l’imbarazzo è lo stesso: basta un’ora in un giorno per raccontarlo? Come raccontarlo a chi non ne sa nulla, perché credetemi, c’è chi ne ha un’idea da sentito dire? Come aprirsi una strada tra i rami secchi dei pregiudizi e del pressapochismo?

Come raccogliere quello «ancora!» sussurrato tra i banchi che è il muro più difficile d’abbattere? È la percezione, che i ragazzi hanno e che forse noi scuola contribuiamo a edificare, che le cose siano ripetute sempre uguali. Come riportare i ragazzi, e noi stessi, all’infanzia dei racconti e guardare lo ieri e l’oggi con occhi appena aperti?

Difficile, lo ammetto con sconfitta e umiltà, rinnovare anno dopo anno il senso di orrore e meraviglia da cui sorge la conoscenza. Bisogna essere artisti dell’educazione e io sono solo un’artigiana, come tanti.

Dunque ci siamo arrivati di nuovo: classe terza media. Bravi, i miei ragazzi. Tecnicamente non sono degli sprovveduti: hanno le conoscenze che servono; chi mi ha preceduta ha fatto un ottimo lavoro e, come scriverebbe il Ministero, sanno riflettere sul significato della ricorrenza: …?

Tra i banchi c’è fermento:

    «Se ci va bene, la Prof non ci fa una lettura delle sue, oggi!»

    «Vai! Niente lezione, si guarda un film!»

    «Meno male, che c’è il Giorno della memoria».

Li induco a riflettere? No. Lasciamo che il loro fermento si sfoghi.

    «Niente Ladra di libri, ragazzi e neanche Il bambino con il pigiama a righe e neppure La vita è bella!».

Abbasso sorrisi e lacrime che non scontentano nessuno. No, NOI ridiamo. Dimentichiamo che si parla di Olocausto; poi, attraversiamolo lentamente, per una strada insolita ma poi usciamone: ci porteremo via qualcosa che non sia il dolore.

Il film Ogni cosa è illuminata, tratto dal romanzo di Jonathan Safran Foer, è la storia vera di un Olocausto poco noto in Occidente, i pogrom degli Ebrei in Ucraina. Ma non ce ne accorgiamo subito. Prima facciamo la conoscenza con lo strano mondo dello strano Foer, giovane ebreo-americano con grandi lenti di bottiglia, che non sorride mai, che colleziona oggetti sino alla paranoia, che scrive ma per cui la scrittura è catalogo di vita e che, chiuso in una giacca e cravatta molto rigide, s’imbarca in una «molto rigida ricerca» delle proprie radici, nell’Ucraina post sovietica, grigia e verde, bella e triste, accompagnato da due guide fuori ordinanza: Alex, ingenuamente abbagliato dalla mitologia occidentale, suo nonno, scontroso finto cieco che non sopporta gli Ebrei e il suo cane psicopatico. Come non ridere? E infatti ridiamo, mentre i personaggi picareschi si allontanano dalla civiltà alla ricerca del paese di Trachinbrod. Senza accorgercene, entriamo con loro nel regno delle omissioni, dei segreti, delle memorie. Della morte. Ci siamo. Ci siamo affacciati ridendo, piano piano, sull’abisso, sorpresi da qualcosa che non ci aspettavamo, rappresentato senza grida, senza colori. Ci si è rotto il riso sulle labbra. Si apre la cassaforte dei ricordi, difficili sostenerli, se li hai vissuti e sei un sopravvissuto, come il vecchio nonno ucraino: Ebreo, anche lui.

Scende la notte su Trachinbrod ma poi risale il giorno. Quando Foer saluta Alex, dopo un viaggio in una tragedia sepolta dal tempo, c’è sul volto di entrambi il sorriso: perché, dice Alex, «non si può seppellire la vita lungo il fianco del passato», perché, è Foer che parla, «ogni cosa è illuminata dalla luce del passato, è sempre lungo il nostro fianco, dall’interno guarda l’esterno».

La memoria del dolore non deve inchiodarci al dolore, deve diventare vita.

Ci piace? Vi dà fastidio questo «ci piace» accostato alla parola Olocausto? Me lo direte domani, che effetto vi ha fatto. O forse meglio di no: chiamatela vigliaccheria o voglia di smetterla con le celebrazioni di parole: questa volta, per favore, stiamo zitti.

La vostra Prof, Favella Stanca

Foto: iVidlicenza CC 2.0

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