Il ciliegio di Isaac

Isaac è un bambino ebreo che ama guardare insieme con il nonno il ciliegio in fiore nel loro giardino. Quando lo deportano ad Auschwitz viene separato dalla famiglia ma riesce a sopravvivere grazie a un altro «ciliegio»: Rasìm, un ragazzo che si prende cura di lui e non lo abbandona mai.
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Autore/i: Lorenza Farina
Illustrazioni: Anna Pedron
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A fine gennaio, in occasione della Giornata della Memoria, in libreria avrete certamente trovato romanzi e albi illustrati pubblicati (o ripubblicati) per commemorare le vittime dell’Olocausto.

Come scrivevamo parlandovi di Otto. Autobiografia di un orsacchiotto, per quanto questi titoli siano in evidenza in un determinato momento dell’anno, è poi importante che se ne continui a parlare senza una scadenza temporale e che la loro lettura porti a una riflessione e a un dialogo con il testo continui.

Vi parliamo così oggi de Il ciliegio di Isaac, scritto da Lorenza Farina e illustrato da Anna Pedron (Edizioni Paoline), un albo in cui la tragedia della Shoah è narrata attraverso gli occhi di un bambino.

La storia di Isaac

A raccontare la sua storia in prima persona è Isaac, che ha il nome del nonno e del papà.

Proprio con il nonno lo troviamo, ancora bambino, nelle prime pagine dell’albo, davanti a un albero di ciliegio che con i suoi petali delicati bianchi e rosati sembra tingergli le guance di vita e i cui petali, cadendo in una piccola scia, arrivano fino al suo cuore. Il nonno gli canta nenie ebraiche mentre guardano insieme l’albero e gli dice delle parole che sembrano un presagio: “Quando il tuo cuore sarà triste, pensa a quest’albero”.

Giusto un attimo, il tempo di voltare pagina, e ci ritroviamo con Isaac in un campo di concentramento. All’inizio vediamo solo una recinzione di filo spinato e dei corpi che procedono in fila ma sono più ombre che veri e propri corpi. Isaac presto si ritrova solo, separato dai suoi cari, e si chiude in se stesso, muto, pur essendo in una baracca con altri bambini.

La sua vita nel campo cambia quando, in una gelida mattina, mentre vaga senza meta si trova accanto a Rasìm, uno zingaro alto e allampanato. Questo sconosciuto lo tiene su mentre per la fame e il freddo il bambino sta per svenire e da quel momento, per quanto sia possibile in una simile circostanza, se ne prende cura, dandogli dei consigli, passandogli di nascosto dei pezzi di pane nero e rinsecchito. I due non parlano la stessa lingua, ma riescono a capirsi e creano una lingua tutta loro.

Rasìm per Isaac è come un albero, un albero di ciliegio e a quell’albero si stringe e si tiene forte, quell’albero lo porterà con sé tutta la vita e lo pianterà, anche quando riuscirà a sopravvivere a quei giorni terribili nel campo di concentramento.

Il testo

La storia di Isaac scritta da Lorenza Farina ha la stessa delicatezza dei fiori di ciliegio. Su alcuni particolari vola leggera senza soffermarsi troppo, non perché non siano importanti ma perché il non detto e non raccontato è affidato al lettore affinché ne colmi il significato (e probabilmente qui il lettore bambino avrà bisogno di una mediazione adulta). E così all’improvviso ritroviamo Isaac, che un attimo prima era nel giardino di casa tra il calore dei suoi affetti, in un campo di concentramento. Non sappiamo che cosa sia accaduto al resto della sua famiglia. I molti personaggi accanto a lui sono spesso solo ombre, a sottolineare la solitudine vissuta dal bambino, fino all’incontro con Rasìm. Anche il momento della fuga dal campo di concentramento, che porterà alla salvezza di Isaac, è raccontata in poche parole, e a un certo punto (“Poi più nulla”) il racconto è interrotto, come per un’impossibilità di ricordare ciò che si è vissuto, proiettandoci nel presente del non più bambino Isaac.

Le illustrazioni

Le illustrazioni di Anna Pedron condividono la delicatezza dei testi. I momenti più tragici sono illustrati in maniera evocativa e non didascalica e questo dà maggior forza al racconto. Penso in particolare a tre soluzioni: all’arrivo nel campo di concentramento e ai corpi che sono ombre, avendo perso in quel momento la loro individualità e corporeità; al “camino da cui usciva del fumo”, in cui il fumo si trasforma in tantissime mani che sembrano voler chiedere aiuto; ai petali di ciliegio posati a terra, unica illustrazione di una doppia pagina a segnare il sacrificio di Rasìm durante la fuga.

Il filo conduttore della narrazione è rappresentato dall’albero di ciliegio, i cui elementi sono presenti nei momenti più inaspettati, anche solo attraverso qualche petalo nell’aria grigia e gelida o attraverso un rametto nella tasca della casacca di Isaac. Questa presenza rappresenta la vita, il calore, l’umanità che resiste, ha radici salde e sempre si rinnova.

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