C’era una volta un cacciatore (Orecchio Acerbo)

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Fabian Negrin, C’era un volta un cacciatore, Orecchio Acerbo

 

C’era una volta un cacciatore. C’erano una volta un cacciatore e una cerva. C’erano un volta un cacciatore con il muso di un cervo e una fanciulla.

La storia raccontata da Fabian Negrin in C’era una volta un cacciatore, edito da Orecchio Acerbo, potrebbe iniziare con tante formule diverse, come forme diverse assumono i due protagonisti e come diversa, sfuggente, ambigua è la storia di metamorfosi che Negrin ci racconta, senza parole, nelle immagini del suo silent book.

C’era una volta un cacciatore è una fiaba misteriosa. Essa affonda le sue radici nella terra nera del mito: il cacciatore Atteone aveva sorpreso Diana, la dea della caccia, nuda al bagno in una sorgente della foresta. Gli dei non hanno pietà di quegli uomini che li vedono spogliati dal velo della loro onnipotenza: Diana trasformò Atteone in un cervo. Il cacciatore divenne la preda dei propri cani: essi strapparono in pezzi di carne il suo corpo.

C’era una volta un cacciatore, però, conserva con questo racconto sanguinario un legame solo suggestivo: un cacciatore, una bella fanciulla spiata mentre, nel bosco, si bagna sotto una cascata, un uomo che diventa cervo. Il resto della storia è un rimpasto delicato di ingredienti diversi, anche nella collocazione temporale, più vicina alle fiabe dei Fratelli Grimm che al mito.

L’unica traccia di sangue che lega la storia al mito di Atteone è la scia lasciata dalla cerva colpita dalla freccia di un giovane cacciatore, poi le scene ci trasportano in un bosco, dove le immagini e le identità si confondono nella metamorfosi dell’uomo in animale e dell’animale in uomo, dove non ci sono dèi offesi che puniscono, o abitatrici dei boschi insidiate dal desiderio rapace di un uomo o di un dio.

All’opposto, questa storia, che inizia con la violenza di una caccia, si trasforma in una storia d’amore corrisposto e panico tra mondo umano e animale.

Storia di una metamorfosi

La cerva ferita beve a una fonte, in un bosco ombreggiato di verde, protetto dalla luce del sole, come un recesso mistico dove ci aspetta la rivelazione di un prodigio. Sarà così. In quella stessa fonte, poco dopo, arriva anche il cacciatore: a sua volta beve. Nel riflesso dell’acqua lui vede il muso di un cervo. È lui: ora è un cervo con il corpo di un uomo. Mentre il cacciatore-cervo si dispera, il bosco intorno è lussureggiante di vita e di colore: uccelli, scoiattoli, orsi, donnole come nell’Eden convivono senza paura l’uno dell’altro. L’acqua ha mescolato le due forme? È stato punito per aver ferito la cerva? O l’acqua della fonte e la metamorfosi sono via d’accesso per sentire in sé la sacralità della Natura? Le forme non hanno confini e distinzioni se non apparenti? La storia scorre fluida come fluida è la metamorfosi: suggerisce domande, non dà risposte, e anche lo stile dei disegni, ora con prevalenza di tinte neutre ora con colori più densi (verde, rosso), senza mai tratti netti, senza confini, veloce, pastoso e morbido, quasi a macchie, rende visibile l’idea della labilità.

Seminascosta dal fogliame, il cacciatore-cervo vede una fanciulla, nuda sotto una cascata d’acqua. La notte, illuminati dalla luna, l’uomo-cervo e la fanciulla si amano. Quando il cacciatore si risveglia è di nuovo solo un uomo: al suo fianco c’è la cerva da lui ferita: lui le toglie la freccia. Lei fugge. Lui, cacciatore, è ora la preda dell’amore: si getta nell’acqua della fonte incantata e ne risorge sotto forma nuova, trasformato del tutto in cervo. Ho quasi rivelato ogni evento di una storia che resta, però, arcana e che va letta osservandola sin nell’angolo più nascosto dell’ultima pagina: lì, vi si rivelerà la fine felice del cacciatore che vide il vero volto della divinità e che s’innamorò.

Stratificazione di significati

Tra le scene, ricordo quella iniziale: in primo piano, la cerva colpita dal cacciatore si volta con uno scatto repentino, disegnando una curva con il dorso; ritta sulle zampe ha il muso proteso e la bocca aperta, mentre un fiotto rosso di sangue sgorga dalla coscia ferita e tutto il bosco intorno è grigio e muto: quasi sentiamo il suo lamento di dolore. L’espressività della scena è tale da aprirci la porta all’interpretazione, o alla reinvenzione del mito che l’album ci suggerisce: su di esso, si innestano altri miti, di metamorfosi, altre memorie, come la rievocazione di Narciso, che guarda il proprio riflesso nell’acqua senza riconoscere se stesso, altri significati. Colpire la natura significa colpire la nostra vita? Qual è la nostra forma vera, nella natura? Qual è la caccia di cui racconta questa storia? Quella dell’amore? Cosa è l’amore? Identificazione in un’altra forma? Rivelazione dell’aspetto vero nascosto sotto una forma apparente? È unione mistica delle forme diverse dei viventi nel seno universale di Madre Natura? È la comprensione del dolore e della bellezza dell’altro? È superamento della logica antagonistica del cacciatore e della preda?

Orecchio Acerbo conferma con C’era una volta un cacciatore  la scelta di selezionare storie che sono fruibili ai bambini, ma che sono capaci anche di dialogare con un pubblico adulto e consapevole, per la ricchezza dei richiami letterari, della simbologia, di immagini che narrano storie senza bisogno di testo, in tavole raffinate come quadri.


C’era una volta un cacciatore

Fabian Negrin

Gennaio 2019

pagine 32

€ 15,00

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