Wrestling mania

Stavolta, mi si perdonerà, un  articolo dedicato esclusivamente a noi maschietti, un viaggio a ritroso nel tempo fino a metà degli anni Novanta, quando, ragazzini, stavamo tutti col naso incollato alla tv per seguire le vicende sul ring di Hulk Hogan e soci. Erano gli anni del boom del wrestling in Italia, gli anni della World Wrestling Federation, altrimenti nota come WWF.
Avete presente cosa sia il wrestling, no? Quello “sport” spettacolo in cui dei tizi “se le danno” di santa ragione, in un mix di predeterminazione, recitazione ed abilità di stuntman.
Ecco, quello lì  insomma.

Ora, che io ricordi, per qualche tempo, durante quegli anni, il wrestling era diventato vero e proprio fenomeno di costume tra i più piccoli, argomento di discussione tra i banchi di scuola.
Si commentavano gli incontri, ci si scambiava le figurine, si giocava con le action figures e, soprattutto, si difendeva a spada tratta il proprio idolo. Hulk Hogan mi pare andasse per la maggiore, e non poteva essere diversamente, suppongo. Eravamo in piena hulkmania.
Hogan era il viso della compagnia, l’eroe infallibile ed imbattibile che ogni bambino si ritrovava per forza di cosa a tifare. Ma c’erano anche delle eccezioni, naturalmente. Come il sottoscritto, per chissà quale traccia di DNA geneticamente modificato da sempre portato a schierarsi dalla parte dei cattivi della situazione. Senza sé e senza ma.
E così, tra un compagno che imitava la tipica postura di Hulk Hogan e un altro che sbraitava il nome di Bret Hart, io non potevo che avere un debole per un The Undertaker, un oscuro personaggio che veniva presentato come una sorta di morto vivente, o per un Yokozuna, gigantesco lottatore di sumo tanto fisicamente imponente quanto perfido e scorretto sul ring.
Ma la gamma di pittoreschi lottatori era pressoché infinita, ognuno di loro impegnato a recitare un ruolo ben preciso, in una sorta di colorato teatrino alla Bud Spencer e Terence Hill.
E così c’era Tatanka l’indiano, l’acrobatico 1 2 3 Kid, il terribile Bam Bam Bigelow, il pajettato Macho Man e, soprattutto lui, il diabolico pagliaccio noto come Doink the Clown, altro mio idolo d’infanzia.

C’era qualcosa di assolutamente adrenalinico, per un ragazzino, nel vedere dei mastodontici rambo malmenarsi a vicenda su un quadrato, siparietti rinforzati da vere e proprie storie sviluppate episodio dopo episodio e sottolineate dall’inconfondibile accento americano del grande Dan Peterson, il cui italiano sconnesso lasciava però più che altro grande spazio alla libera interpretazione.
Per noi ragazzini il wrestling era un affare serio; quei tizi si menavano davvero e non poteva essere altrimenti, dato che, nel riprodurre a casa le loro fatidiche mosse (genialata che non bisognerebbe mai fare lo so… ma andate a dirlo ad un ragazzetto), un bernoccolo il più delle volte ci scappava anche. Del resto, l’ipotesi che un pugno, lì sul ring, potesse essere attutito o addirittura solo recitato non era opzione da prendere minimamente in considerazione. Crederci, a quell’età, non era in fondo un problema.

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