Il viaggio di Lea

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Guia Risari, Il viaggio di Lea (illustrazioni di Iacopo Bruno), Einaudi Ragazzi

– So parlare.

È indispettita, Lea, quando riprende a parlare. È stata in silenzio per tanto tempo dopo la morte dei genitori in un incidente, ma le parole non le ha perse, sono rimaste lì, sempre a portata di fiato, solo sembrava inutile tirarle fuori e a niente erano serviti i colloqui con gli psicologi.

Ora ha dodici anni, da tre anni ormai vive con il nonno nella zona periferica di una grande città, al Mulino, un quartiere di case basse e terreni abbandonati, sobborgo di operai, artigiani e contadini. È proprio il nonno a metterle accanto chi la risveglierà dal lungo silenzio: un gatto dal pelo rosso e una striatura bianca sul muso.

I due certamente hanno qualcosa in comune: sepolto vivo, il gatto ha miagolato così forte da essere sentito e salvato, da quel momento però non ha emesso più alcun suono. O così almeno sembrerebbe…

Il gatto parla, legge nella mente e avrà presto un nome, Porfirio, in onore del suo manto vermiglio (ma Porfirio, come ricorda il gatto, è anche un filosofo che sosteneva l’uguaglianza tra uomini e animali).

Comincia il viaggio…

Arriva poi il momento di mettersi in viaggio, come unico modo per curare il dolore, anche se questo vuol dire lasciare il nonno Obes, un uomo grande come un gigante, abile carrozzaio che dopo la morte della figlia e del genero si è rifugiato in un mondo tutto suo, rifiutandosi di salire su qualsiasi macchina e usando vecchi calendari, per fermare il tempo al prima, quando nulla di terribile era accaduto.

Obes ha il suo modo di affrontare il dolore:

Lui prendeva ogni dolore, l’accartocciava e lo buttava via. – Non occorre tenerselo accanto. È un sentimento prepotente che non lascia posto ad altro, spiegava.

È giusto che ognuno trovi il suo modo per affrontare o, meglio, convivere con il dolore. Così, quando si sente pronta, Lea decide di partire per trovare una risposta alle domande che le si affollano nella mente e soprattutto per vivere nel presente (pensandoci bene, tra le imprese più difficili di sempre).

Dopo la fine della scuola, una notte, dopo aver lasciato un biglietto per il nonno, Lea parte in compagnia di Porfirio.

Caminante, son tus huellas
el camino y nada mas;
caminante, no hay camino,
se hace camino al andar.

(Viandante, le tue orme sono / il cammino e niente più; / viandante, non esiste il cammino, / il cammino si crea camminando).

Mi sono venuti in mente questi versi di Machado pensando alla strada percorsa da Lea, una strada aperta, non segnata da una meta, in cui qualunque direzione presa è una direzione giusta. A segnare il cammino, più che i nomi di strade o di città, sono gli incontri, che creano una mini costellazione densa di significati. Non ci sono sempre risposte dirette alle domande poste, ma sono i modi stessi di vivere, i gesti, le parole a dare un nuovo senso alla strada, a riempire il vuoto lasciato dalle domande.

A volte le risposte vengono dagli incontri più inaspettati, come quello con Engel Salsman, che per lavoro fa il killer. Lui sa bene che la vita è una “faticaccia tremenda”, la stessa faticaccia da cui nasce un filo d’erba.

– Da dove pensi che sia nato?

– Da un seme.

– Esatto. Ma un seme è fragile e ha molti nemici. Gli uccelli, gli insetti, il maltempo, la siccità…

[…]

– Sì. E per uscire dal seme, il filo d’erba deve essere abbastanza forte da riuscire a rompere l’involucro che lo contiene. Una volta uscito dal seme, deve venire su dalla terra, che è buia e umida e gli dà da mangiare, va bene, ma per il resto non lo aiuta. Il filo cresce e si dirige istintivamente verso la superficie, guidato dal calore del sole.

[…]

– Sì, Lea. È una combinazione di fortuna volontà e capacità personali. Perché, anche quando ci sono il tempo migliore e il terreno più propizio, il filo d’erba deve fare la sua parte.

– E come?

– Spingendo, crescendo e dirigendosi verso la luce. Tutto ciò che nasce è casuale fino a un certo punto; da un dato momento in poi, conta anche la sua volontà di vivere.

Come si diceva poco sopra, insomma, una faticaccia tremenda.

Il viaggio di Lea segue vie immerse tra sogno e realtà, si arricchisce grazie alle vite incontrate ma anche grazie al rapporto e al dialogo tra la ragazza e il gatto. Non tutte le domande sono destinate ad avere una risposta, almeno non una risposta definitiva, ma certamente  anche ritornare a casa non vorrà dire concludere il viaggio.

Un libro che si legge a piccoli sorsi, che ha bisogno di sedimentare dentro, che mette radici nel lettore e ci ricorda che vita e morte sono “due piante intrecciate o, meglio, due germogli della stessa pianta”.

L'autore di questo post

Classe 1982, pugliese, fiorentina d’adozione e con un debole per la Francia. Da quando ho scoperto A. A. Milne e Astrid Lindgren, mi è stato chiaro all’improvviso che cosa avrei fatto da grande e poco importa il fatto che un po’ grande lo fossi già. Da allora mi dedico alla letteratura per l’infanzia e ragazzi, tra studio, letture e i primi passi nel dietro le quinte del mondo editoriale.

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