Una giornata a Pompei

Ho già parlato di Pompei in questo nostro cantiere virtuale qualche settimana fa, a proposito della mostra allestita al British Museum di Londra sulle due città campane (oltre a Pompei anche Ercolano) sepolte dalla lava del Vesuvio nel 79 d.C. Una mostra che, come ricorderete, sta riscuotendo grande successo in Inghilterra e che dovrebbe servire da monito, per noi italiani, affinché si cominci finalmente a puntare di più e con maggiore convinzione sul nostro patrimonio storico-archeologico.

Oggi torno a parlare di Pompei perché di recente ho letto un libro ben scritto sulla sua storia : “Una giornata a Pompei. Vita quotidiana in un’antica città romana” di Luca Mozzati, con le vivaci e colorate illustrazioni di Allegra Agliardi (ElectaKids). Più che un libro, lo definirei un’agile e divertente guida alla scoperta dei mille volti dell’antica città romana, da leggere a casa, comodamente seduti sul divano, o da sfogliare, con un occhio attento alla piantina a fine testo, passeggiando per le strade piene di memoria di Pompei. E quale periodo migliore di questo, con la scuola in chiusura e l’estate alle porte, per organizzare una gita domenicale con tutta la famiglia per visitare l’area archeologica e tuffarsi nella storia!

 A guidare il lettore pagina dopo pagina troviamo l’aristocratico Marco e la moglie Ottavia, il figlio Caio e la consorte Livia e i tre figlioletti Tito, Annia e Tiberio. In loro compagnia, è possibile rivivere i vari momenti di una giornata romana e accorgersi che non è cambiato poi molto e che la vita degli antichi romani era in tutto e per tutto simile alla nostra… Quella di Marco è una famiglia aristocratica, quindi ricca e privilegiata, che può permettersi di abitare in una casa grande e lussuosa, abbellita da affreschi alle pareti, e che può contare sul servizio di numerosi schiavi, gli “antenati” dei nostri domestici…cosa che non era certamente da tutti. Si comincia con la colazione, un po’ di pane e formaggio e qualche avanzo della cena, e la vestitura: aiutati dai servi, uomini e donne indossano toghe e tuniche e si preparano al meglio ad affrontare gli impegni giornalieri. Gli uomini, come Marco e Caio, raggiungono il foro, la piazza della città, e poi la basilica, luogo in cui si discutono i processi e si parla di affari; i bambini studiano, restando a casa, con l’aiuto di un precettore, un insegnante privato, molto spesso uno schiavo colto; le donne, Livia e Ottavia, si recano al macellum, il mercato, per comprare cibi freschi e tessuti o rimangono a casa a chiacchierare e giocare ai dadi o raggiungono le terme, che corrisponderebbero ai nostri moderni centri-benessere, dove possono beatamente rilassarsi facendo un bagno nelle piscine di acqua calda, fredda e tiepida o lasciandosi massaggiare comodamente stese su dei lettini.

Per i romani l’otium ossia il tempo libero da impegni manuali, da dedicare ad attività ricreative come la musica, il gioco, lo sport, le terme, la poesia, il teatro o gli spettacoli dei gladiatori, era fondamentale e costituiva una parte irrinunciabile della giornata di ciascun cittadino. “Mens sana in corpore sano”, era il loro motto preferito, “una mente sana in un corpo altrettanto sano”, sicché ci si preoccupava di tenere allenato e forte il proprio fisico ma anche di nutrire la mente con tutto quanto, dall’arte alla musica, potesse servire ad arricchirla e nobilitarla. Oggi questo concetto dell’otium si è in buona parte perduto ed è un gran peccato; le nostre giornate sono sempre troppo zeppe di impegni e quelle che dovrebbero essere le attività capaci di stimolarci e distrarci, la palestra, la lezione di pianoforte, il corso di lingua ecc., spesso si trasformano ai nostri occhi in impicci gravosi e scomodi, magari imposti dall’alto, che non fanno altro che sottrarre tempo prezioso alla nostra libertà e voglia di riempire a piacimento il proprio tempo libero.

 La giornata romana si conclude spesso con il banchetto, una cena in compagnia di amici durante la quale, oltre a mangiare cibi sopraffini (uova, ostriche, verdure, vini pregiati ecc.) sdraiati su letti disposti attorno al tavolo imbandito, si assiste a spettacoli di danza o recitazione, con schiave, nani e servi che ballano, cantano, raccontano storie o fanno da buffoni.

Caio e Livia scherzano e ridono con i loro ospiti, ignari del fatto che presto una terribile eruzione vulcanica, il 24 agosto del 79 d.C., spezzerà le loro vite, infrangerà i loro sogni e progetti e seppellirà sotto una coltre di cenere e lapilli le strade, le botteghe del foro, le case, le piazze, le basiliche, i teatri… In quel preciso momento termina per sempre la vita di Pompei e comincia la sua storia, quella storia che oggi ci chiede di essere rivissuta a partire dalle parole, dalle forme e dai colori di questo libro. Buona lettura!

L'autore di questo post

Vivo a Bitonto, una cittadina alle porte di Bari, dove basta uscire di casa e camminare per strada per capire cos’è la Puglia. Ho sempre avuto le idee molto chiare: a 8 anni sapevo già che avrei fatto l’archeologa. Per anni mi sono divisa tra gli scavi e montagne di mattoni, tegole e coppi da schedare e studiare. Mi chiamavano “Giovanna brick” e chissà, forse un po’ di argilla sono fatta... Poi, ho deciso che dovevo raccontare l’archeologia ai bambini e dare un senso, una prospettiva al mio lavoro. E allora ho scoperto una cosa fondamentale: le storie sono l’unica cosa che ci lega al passato e al futuro e che nessuno potrà mai portarci via.

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