Tris e mattoni

Vi sarà sicuramente capitato, a scuola o altrove, di giocare con i vostri amici al “tris”: si disegna su un foglio di carta una griglia con sei caselle, poi un giocatore a turno disegna all’interno di una casella a scelta un simbolo (una “x” o un cerchio). Vince chi per primo riesce a disporre tre simboli in verticale, orizzontale o diagonale. Ebbene, vi siete mai chiesti l’origine di questo gioco? Non si sa di preciso chi l’abbia inventato, ma i Romani lo conoscevano già e lo chiamavano filetto. Un poeta latino, di nome Ovidio, ne parla in un suo libro.

Si giocava a tris ovunque, persino sulle scale dei templi o sui frammenti di mattoni: bastava incidere il marmo o l’argilla con strumenti a punta sottile, chiodi o altro.

A Canosa di Puglia, tra i materiali recuperati all’interno di una fossa per il grano di epoca medievale, nell’area della chiesa di San Pietro, gli archeologi hanno ritrovato due mattoni rotti che erano stati adoperati come tavole per il tris.

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I mattoni in realtà sono ben più antichi e si datano al periodo in cui la chiesa fu fatta costruire dal potente vescovo cittadino, Sabino, nel VI secolo dopo Cristo. Questi mattoni venivano chiamati pedali perché ogni lato misura quasi 30 cm, quanto un “piede”, unità di misura usata dai Romani. Molti di questi pedali furono utilizzati per costruire le murature e i pavimenti della chiesa e degli ambienti attorno; anzi Sabino volle che su molti di essi venisse riportato un bollo (una sigla) con le iniziali del suo nome ed una croce. Tutti dovevano riconoscere gli edifici fatti costruire per suo volere e per questo essergliene grati.

Alcuni secoli dopo, la chiesa fu abbandonata e qui sorsero misere abitazioni circondate da sepolture. Ormai alcune delle strutture più antiche erano crollate o semidistrutte e tanti erano i mattoni frammentari che era possibile recuperare nell’area. A qualcuno sarà venuto in mente di raccoglierne qualcuno e servirsene come supporti per giocare, in mancanza d’altro.

Sulla superficie dei due mattoni, infatti, si possono ben vedere le linee tracciate e dei piccoli fori, in cui forse venivano sistemate le pedine utili per il gioco.

Chissà chi ci avrà giocato: un contadino annoiato? Un bambino e il suo compagno di giochi? Un anziano e il suo vicino di casa? L’archeologia non è in grado di rispondere a queste domande, solo la nostra fantasia può farlo.

Ma l’archeologia ci dimostra come spesso la storia, quella della gente comune come dei personaggi più famosi e potenti, sia scritta negli oggetti comuni. Questi mattoni ci raccontano una cosa ben precisa: gli antichi abitanti di Canosa, forse dei bambini come voi, amavano giocare a tris nel tempo libero. Ma in mancanza di carta e penna, usavano un mattone rotto e uno strumento qualsiasi per incidere l’argilla.

La storia si ripete sempre, anche nei giochi.

L'autore di questo post

Vivo a Bitonto, una cittadina alle porte di Bari, dove basta uscire di casa e camminare per strada per capire cos’è la Puglia. Ho sempre avuto le idee molto chiare: a 8 anni sapevo già che avrei fatto l’archeologa. Per anni mi sono divisa tra gli scavi e montagne di mattoni, tegole e coppi da schedare e studiare. Mi chiamavano “Giovanna brick” e chissà, forse un po’ di argilla sono fatta... Poi, ho deciso che dovevo raccontare l’archeologia ai bambini e dare un senso, una prospettiva al mio lavoro. E allora ho scoperto una cosa fondamentale: le storie sono l’unica cosa che ci lega al passato e al futuro e che nessuno potrà mai portarci via.

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