Topolino e il sogno americano

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Nessuna principessa di origine franco-sassone, nessuna fiaba presa in prestito al Vecchio Continente, nessuno svettante, romantico castello della bassa Baviera: solo racconti 100% made in USA. Leggende a stelle e strisce.

Dopo un viaggio alla scoperta dell'America Latina con Saludos Amigos (1942) e I Tre Caballeros (1944), la Corazzata Disney decide di risalire il canale di Panama verso nord, fino a raggiungere la terra che diede la possibilità a uno sconosciuto ragazzo di Chicago di dare i natali al Topo più famoso del pianeta: gli Stati Uniti d'America.

Lo Scrigno delle Sette Perle (vedesi anche “Il Cassettone Della Nonna” per il dimenticatoio in cui è – ingiustamente – finito, 10° Grande Classico Disney, 1948) nasconde, come un'ostrica, tra la danza della lama di un pattino innamorato sul ghiaccio sottile e gli sbuffi di fumo di un piccolo rimorchiatore a vapore, due dei più bei tesori che la prolifera tradizione di tall tales americane ci ha tramandato: Johnny Semedimela, e Pecos Bill. Un eccentrico eremita che andò piantando meli dall'Ohio all'Illinois e lo sperone più veloce del Vecchio West: eroi distinti, americanissimi al centopercento.

Spesso ricordiamo Walt Disney solo per i suoi riadattamenti in technicolor di splendide eroine  intonate, dimenticando, prima di tutto, che Walt era americano. Walt era L'Americano per eccellenza – con doppia maiuscola – , figlio del Land Of Opportunities che gli permise di inseguire e realizzare quel Sogno (tutto) Americano all'ombra della Statua della Libertà.

D'altronde, se è vero che siamo quel che mangiamo, è importante tenere presente dove ciò sia stato coltivato. Ne sa qualcosa Johnny Appleseed che passò quasi cinquant'anni (e forse anche più) a spargere semi passo dopo passo, pentola in testa e Bibbia alla mano, moderno Pollicino, seguendo il cammino dei pionieri.

E se a distanza di un oceano abbiamo mele e cheeseburgers, anche la nostra dieta fiabistica popolare mediterranea è

d'una ricchezza e limpidezza e variegatezza tra reale e irreale (…) da non fargli invidiar nulla

Come sottolineato da Italo Calvino nell'introduzione alla raccolta Fiabe Italiane che lo scrittore del Visconte Dimezzato tradusse dai vari dialetti del Bel Paese. Un viaggio attraverso l'Italia della tradizione orale, di regione in regione

un mare da in cui si spinge solo gente che v'è attratta non dal piacere sportivo di nuotare tra onde insolite, ma da un richiamo di sangue

C'è Giovannin Senza Paura che non temeva nulla (al di fuori della sua ombra); c'è Pocapaglia un paese così erto, che gli abitanti, per non perdere le uova appena deposte, «appendevano un sacchetto sotto la coda della gallina»; c'è Fantaghirò senza Romualdo, ma sempre in armatura; e c'è Giovan Balento «che ne uccide mille e ne ferisce cinquecento».

E poi chi altri abbiamo? Abbiamo Giufà, Cola Pesce e Naso D'Argento, abbiamo Pierone e la Strega Bistrega. Ne abbiamo oltre ottocento pagine e chi più ne ha più ne metta: giusto per tenere a mente che non sempre l'erba (e i meli) del vicino sono davvero anche più verdi e che pure il Nostro Stivale nasconde delle perle grandi quanto le principesse dei fratelli Grimm.

 

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