Topi in gabbia? No, solo orrenda realtà

Maus, di Art Spiegelman, lo lessi per la prima volta in prima superiore (avevo 14 anni) perché la mia insegnante ci aveva obbligato a leggerlo. Se avete 12 anni potete leggerlo tranquillamente, ma vi assicuro che quando diventerete grandi lo leggerete più e più volte per ricordarvi la storia.

Maus è quello che qualcuno definirebbe un fumetto: in realtà è una graphic novel, ma per noi non fa molta differenza, quello che ci interessa è l’argomento. Questo “fumetto” infatti narra la storia di Vladek Spiegelman padre dell’autore, un ebreo polacco che vive la tragedia dell’Olocausto durante la Seconda Guerra Mondiale.

L’opera è suddivisa in due parti:

  • Mio padre sanguina storia – composta da 6 capitoli, mostra il rapido inasprimento delle condizioni di vita degli ebrei polacchi negli anni immediatamente precedenti allo scoppio della guerra.
  • E qui sono cominciati i miei guai – composta da 5 capitoli, dà invece un chiaro spaccato della vita dei deportati all’interno del campo di concentramento negli anni della guerra.

A spezzare la narrazione delle vicende d’epoca nazista, si interpongono istantanee di vita quotidiana che mostrano il difficile rapporto tra Spiegelman e il padre: il padre reduce dagli orrori del nazismo, ha uno stile di vita impossibile che impone anche a chi gli sta intorno (raccoglie e conserva anche il filo di rame che trova per strada); il figlio all’apparenza menefreghista, è tormentato da un enorme senso di inadeguatezza di fronte a quanto passato dal genitore.

Tutto questo si trasforma, nel finale, in una sorta di autoanalisi dell’autore, che sperimenta appieno il significato di essere figlio di un deportato, mostrando come gli orrori patiti dai genitori si siano estesi anche alla generazione successiva.

La storia del giovane Art, un autore intenzionato a narrare la storia del padre, reduce dell’Olocausto, fa da cornice alle vere vicende centrali dell’opera, ovvero la narrazione dell’anziano padre di Art, Vladek, delle sue esperienze durante la seconda guerra mondiale.

I personaggi dell’opera sono rappresentati non in forma umana, bensì in quella animale, che caratterizza la loro posizione sociale, secondo una serie di metafore; per esempio, i protagonisti, gli ebrei perseguitati, sono rappresentati da dei topi (Maus in lingua tedesca significa proprio “topo”), e sono contrapposti ai nazisti dipinti come gatti; i francesi diventano rane, i polacchi maiali, gli americani cani e così via.

 Una lettura forse sconvolgente, ma che tutti dovrebbero affrontare, per capire che a volte l’orrore non sta solo nei libri.

 

 

L'autore di questo post

Nessun commento su "Topi in gabbia? No, solo orrenda realtà"

Dicci cosa ne pensi!

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *