Toc, toc… casa Orecchio Acerbo?

Oggi entriamo a casa Orecchio Acerbo.

Orecchio Acerbo è nata a Roma nel 2000 e il primo libro l’ha pubblicato nel 2001, si trattava di Giambipiombo, scritto e illustrato da Fabian Negrin; in questa casa non riesco a entrare senza dirvi che in realtà è casa mia, come di chiunque abbia mai preso un libro fatto qui dentro, e insomma, intorno avrete mobili, tendaggi, lampade, cuscini e poi improvvisi scorci nudi, pareti bianche sulle quali si accampano poche foto in bianco e nero e una foglia essiccata e vi sembrerà allora di entrare in un luogo che è vostro, perché è luogo d’anima.
Credo sia quel luogo dove i grandi possono incontrare i piccoli, senza mistificazioni. Quali? Beh, quelle pose che hanno i grandi quando incontrano i piccoli, quei ciccì coccò che scimmiottano un mondo d’infanzia che non esiste, cioè esiste solo nella riduzione di una pedagogia che si vorrebbe morta e sepolta; o quelle pose dei grandi verso i grandi, quando si dice ‘Ma davvero tu lavori con i bambini? Che cosa stupenda! Puoi lavorare con la libertà, con la fantasia, con la creatività! Che cosa meravigliosa lavorare nel mondo dei bambini!’, dove ogni singolo passo fatto dentro questo mondo stupendo e meraviglioso, è però costruito col sudore di un grande studio e di grandi tormenti perché qualunque creazione vera viene da prove fallite e poi ricominciate.
Un libro che amo moltissimo è la traduzione (di Masolino D’Amico) del Jabberwocky di Lewis Carrol, illustrato da Raphael Urwiller;  la lingua crea un mondo alla rovescia e innesca un gioco serrato tra lettore e linguaggio in cui dalle immagini fonetiche gemmano visioni. La sintassi visiva della narrazione è basata su un dualismo cromatico di rosso e verde, e scompone e ricompone il mondo contaminato dalla musica imprevista del non senso, delineando la forza evocatrice e tutta l’energia dell’avventura che vede un piccolo principe alle prese con il Ciciarampa, Jabberwocky, Ciarlestrone che a dir si voglia.

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Nel gesto della lettura, bisogna farsi da parte per poter accogliere la storia, perché essa dica ciò che ha da dire; ecco è anche il riconoscere il valore universale della storia che permette a questo editore di accogliere nel suo catalogo libri che elidono le differenze tra grandi e piccoli, ma non perché di differenze non ce ne siano (voglio dire: adulto e bambino sono ben diversi modi), ma perché sul piano di ciò che conta nella vita, dei cosiddetti valori, queste differenze non ci sono e nemmeno ci devono essere, altrimenti per gli adulti sarebbe cosa impossibile continuare a immaginare e costruire un mondo giusto (anche) per i bambini.

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L'autore di questo post

Sono nata a Pesaro nel 1974. Sono autrice di una raccolta di racconti, tre libri per bambini e una storia su un re un po' strano che si chiama Arcifungadue, la trovate su Yuri la rivista. Quasi ogni giorno leggo storie ai bambini e ai ragazzi. Studio e lavoro per la costruzione della loro lingua individuale.

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