The Poetry Society

Oggi parliamo di poesia.

In ogni classe dalle medie in poi si lavora per sgrezzare il “senso estetico naturalmente insito in ogni essere umano”, come recita pomposamente il programma di italiano che ho ereditato eppure voi, ragazzi, storcete il naso come cosa così estranea: ma, vi dico, la poesia fa parte di voi come il latte materno.

Sono poesie le canzoncine che imparate da bambini, sono poesie le preghiere che la nonna vi raccontava per dormire. Sì, avete ragione, il mondo di cui vi parlo non è il vostro. Nessuna nonna a farvi dormire. Siete abituati a dormire poco sin da bambini. Possibile, alla vostra età, la testa sui banchi e gli occhi di chi ha vagato per le strade tutta notte? Se ci guardo bene dentro, le vostre pupille hanno ancora traccia di psichedelie elettroniche, videogiochi e raggi al neon.

La mia sfida è questa: oggi mi parlate voi di poesia. La provate a scrivere, senza rima, senza ispirazione, si tratta solo di iniziare. La poesia è una lingua, un modo di parlare: s'impara così, usandola.

Mettiamola come all'inizio: la poesia l'avete bevuta dal seno di vostra madre. Con l'amore, con la vita, «perché in chi sugge il latte e in chi denuda la mammella c'è un sangue solo per la vita bella». Ah Saba, lo so ragazzi, è il mio debole, amo quelle sue parole semplici, la rima «cuore-amore», il senso domestico di bellezza che è la poesia nella forma più alta.

E vedi, cara Giulia che mi guardi con la riga di perplessità tra gli occhi, con la resistenza della tua prevenzione nei confronti miei, della scuola, delle parole che ti sembrano, oggi, così lontane dai bisogni che hai nel cuore: è poesia anche quando Gué lo sguercio rappa il legame più antico: lui, il figlio ribelle che brucia come il sole, la madre, luce nel buio come la luna.

Luca, l'hai detto solo per fare una battuta, ma non penso di sbagliare se lo interpreto come il vostro pensiero nascosto: per aver scritto i quattro versi di Soldati Ungaretti ha vinto il Nobel???

La semplicità: nulla in arte è più complesso. Partiamo da qui e accettate la sfida: provate voi, a scrivere quattro versi così semplici

Prendete la penna, o la tastiera, come preferite. So che mi stupirete, perché dentro vi pulsa un mondo che non conoscete: voi per primi non date nessun peso a chi siete.

Vi critichiamo perché siete indifferenti, superficiali, ma quando la lontananza è tanta e ci salutiamo frettolosamente e poi in sala professori partono le querimonie sulla degenerazione del mondo giovanile e sulle delusioni dell'esser insegnanti, beh, se voi ci scappate così lontani, ora che la scuola è finita, ve lo posso dire: è perché sono io che non vi ho abbracciati abbastanza.

Buona fortuna, ragazzi.

La vostra Prof, Favella Stanca

P.s. Scrivo qui quei quattro versi che mi avete lasciato, sul diario di Hey, Prof! E li lascio a mia volta ad altri come saluto. Chissà, che non ci sia un seguito tra i giovani lettori elettronici che soggiornano tra queste pagine.

 

 

discarica

 

Il male

Noi tutti siamo

tagli

sulla Terra:

la solchiamo

come cicatrici

Luca

 

O Sole mio!

Brillante lucente

il sole nel cielo.

Riscalda le membra

Rallegra gli umori

Filippo

 

Oscilla l'erba

al vento grigio

brillando al sole

Cathlyn

 

Danse, danse, danse

Come le ballerine

fragili

vestite di colori

danzano

intorno ai fiori.

Le farfalle

Giulia Gr

 

 

46 degas-ballerine sulla scena

 

Come un albero

Forte

Come un albero

percosso dal vento

l'animo umano sta

Giulia Gi.

 

Indifferenti

Siamo tutti come

gli alberi

le cose a noi intorno

accadono

e noi lì restiamo.

Immobili

Diletta

 

Bianco come il latte

Bianco il latte

come

un piccolo

neonato

Alessandra

bianco neonato

Grazie ai ragazzi della III media dell'Istituto San Celso di Milano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'autore di questo post

Prof Favella Stanca di tanti ragazzini e Mamma Caos di due bambini. Mamma e Prof giovane d'esperienza ma non di età, in barba a chi ci dice: è tardi per (ri)cominciare!

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