Tamo l’ippopotamo che covava le uova (Edizioni Corsare)

tamo l'ippopotamo

Daniela Iride Murgia, Tamo l’ippopotamo che covava le uova, Edizioni Corsare

Confesso di avere un debole per Daniela Iride Murgia.

Dal primo incontro con il suo Il mistero di Colapesce, nel 2013, qualcosa di indefinibile mi ha colpito subito. C’è una grazia nel suo stile che arricchisce le sue tavole, rendendole capaci di comunicare sempre un oltre, qualcosa al di là delle parole e delle immagini stesse, in un dialogo con il lettore che varia tanto così come tanti e vari possono essere gli occhi che sfogliano le pagine, tutti chiamati a osservare con attenzione ma anche a perdersi in mondi sempre nuovi.

Pur avendo una mano inconfondibile e ben riconoscibile tra tante, albo dopo albo i suoi libri – specialmente quelli che la vedono nel doppio ruolo di autrice e illustratrice – seguono una evoluzione che fa di ognuno di questi un unicum, ognuno con uno stile che si adatta alla storia narrata come un abito perfetto, cucito su misura. Segno di un lavoro sempre attento, pensato con cura dalla progettazione alla stampa.

Il suo ultimo albo, Tamo l’ippopotamo che covava le uova, mi sembra, tra i suoi lavori, il più luminoso: merito della storia, dell’uso dei colori e del bianco e merito di un protagonista che, pur nella sua stazza ingombrante, esprime una profonda leggerezza.

Tamo è nato così, tutto già fatto

Tra una selva variegata di foglie e fiori spunta il protagonista della storia: Tamo, l’ippopotamo.

Lui è nato così come lo vediamo, “tutto liscio e gentile”, non sa da dove sia uscito, ma sa di avere una minuscola casa in cima a un albero a cui tende senza riuscire ad arrivarci.

Tamo ogni mattina, al risveglio, si dedica a due elenchi, quello delle cose che non sa fare e quello delle cose che sa fare. Tra le cose che sa fare, una gli riesce benissimo: covare le uova. Ogni lunedì, infatti, cerca e cova un uovo, ogni settimana nasce qualcosa. Da queste covate verrà fuori una vera e propria famiglia e anche una grande idea per avere (finalmente) tutti una casa.

Le cose che so fare e le cose che non so fare

Tamo è un ippopotamo.

Tamo è un trovatello, non ha famiglia, non ci giunge notizia che abbia un padre e una madre.
Tamo è cresciuto solo e in fretta, ci sono tante cose innate che sa fare spontaneamente e tante cose che deve invece imparare da solo.

Così ci presenta l’autrice il protagonista del suo libro, e in effetti Tamo nasce solo ed è solo per buona parte dell’albo. La solitudine iniziale ne segna sicuramente l’animo e si percepisce nella lieve traccia di malinconia nascosta dietro il sorriso gentile e gli occhi buoni. Stando soli, si sa, si ha il tempo di riflettere su se stessi, così Tamo, con molta semplicità e accettandosi, prende in esame le proprie capacità e incapacità.

L’elenco delle cose che sa fare procede veloce, mentre alle cose che sa fare sono dedicate le ampie illustrazioni delle doppie pagine centrali. Qui il testo e le immagini dialogano con un pizzico di dolce ironia: Tamo sa innaffiare le piante quando piove (ma è la pioggia che bagna le piante, mentre il suo annaffiatoio crea una bella pozza d’acqua a terra) oppure sa nascondersi dietro una foglia (ma il suo corpo tutto liscio e tondo è impossibile da nascondere dietro alla fogliolina che regge in mano)…

La solitudine di Tamo diventa – grazie al suo saper covare – capacità di accoglienza, partecipazione e vitalità; prende vita così una comunità chiassosa e animata che mette insieme animali diversissimi tra loro, tutti uniti in una famiglia che cerca e attua, sotto la guida di Tamo, idee e poi soluzioni, come quelle pensate e realizzate per avere una casa.

Come in ogni famiglia poi, c’è chi – prima degli altri – prenderà la propria strada, come la piccola tartaruga che fugge tra i risguardi finali, stringendo a sé un uovo, simbolo di un’eredità che sarà comunque portata avanti.

Tra natura e design

Tamo vive nel cuore della natura, a volte sembra enorme, occupa tutto lo spazio della pagina, a volte, nel mezzo della natura che lo circonda, sembra piccolissimo. In uno scenario dai toni caldi, dove prevalgono fiori e foglie, che siano in un vaso o che compongano una variegata giungla, si inseriscono degli elementi di vita quotidiana (una tazza di latta, una papera di gomma) e di design, rivisitati, come la lampada Arco o il carretto da spiaggia per bambini realizzato da Gerrit Rietveld (l’autrice ne parla in un’intervista su frizzifrizzi), un invito per i lettori più attenti ad aguzzare lo sguardo e una scoperta per chi si trovasse davanti a questi oggetti per la prima volta.

Tamo l’ippopotamo che covava le uova è pubblicato da Edizioni Corsare, nel cui catalogo Daniela Iride Murgia è presente con A ritrovar le storie e Una foglia come illustratrice, e con L’attesa e I fiori della piccola Ida di cui ha curato anche i testi.

L'autore di questo post

Classe 1982, pugliese, fiorentina d’adozione e con un debole per la Francia. Da quando ho scoperto A. A. Milne e Astrid Lindgren, mi è stato chiaro all’improvviso che cosa avrei fatto da grande e poco importa il fatto che un po’ grande lo fossi già. Da allora mi dedico alla letteratura per l’infanzia e ragazzi, tra studio, letture e i primi passi nel dietro le quinte del mondo editoriale.

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