Sul diario di una Prof.

Giorno 0

Uscita da casa con il golf macchiato di bava del figlio.

Entro in aula e dico «Sedetevi pure»: vero che non ce n’è bisogno, tanto non si sono mai alzati.

Io non credo alla mistica dell’educatore. Oggi è una giornata no e me lo ripeto con convinzione: educare, tirar fuori la vostra natura, cari studenti, è uno slogan buono per gli illusi. E forse è meglio lasciarla lì dov’è, la vostra personalità nascosta.

I miei trenta spettatori sono compiti come la folla romana al circo. Se, e capita, stanno zitti, è perché sono immersi in esperienze transumane a me ignote.

«Prendete italiano, – dico – oggi conosceremo un grande ma appartato poeta del nostro Novecento: Umberto Saba. Leggiamo insieme: mio padre è stato per me l’assassino… lo sguardo turchino… bambino… due razze in antica tenzone».

Parlo e parlo. Il fiume delle parole mi trascina sempre più in alto (o sempre più in basso; s’è mai visto un fiume che va in alto?).

Leo, al secondo banco, mi guarda, lui di solito indifferente alle gioie delle umane lettere. Le mie parole, sicuro, l’hanno risvegliato. Mi fissa così intensamente con occhi di cielo da imbarazzarmi. Forse pensa al padre lontano, che l’ha non proprio abbandonato, ma a quell’età si drammatizza tutto. Forse l’ho colpito troppo. Alza la mano: io sono in attesa trepidante, già emozionata per il miracolo nascente.

Lui, incerto: «Due cose, professoressa… ».

Io, dolcissima: «Dimmi pure, Leo».

    «La prima è se quando suona la campana posso andare in bagno. La seconda è che ha l’etichetta della lavanderia attaccata al golf».

Può succedere anche l’insperato: Gigi, il mio alunno buongustaio che di solito passa tre quarti della giornata in un sereno sopore digestivo e se richiamato con stupore offeso protesta «Non stavo disturbando, stavo dormendo!», si gratta il testone sbuffando davanti al foglio protocollo del tema.

«Professoressa, posso venire lì? Devo scrivere di cosa ho paura ma non so come dirlo».

«Prova a dirmelo lo stesso».

«Allora, cioè. Ho paura del buio».

«Perché?».

«Perché… perché mi sembra di morire. Io ho paura della morte. Ho paura anche di restare solo».

«Perché?».

Ci pensa un attimo:

     «Perché restare solo… è come la morte, è come essere morti se non hai nessuno».

Mi sembra lo scrivesse anche un certo Pavese nei suoi Diari e l’ha detto anche Gigi, senza bisogno di aggiungere parole.

No, se credessi che educare sia vano avrei già gettato lo scudo e la lancia. Penso che se ci chiamiamo fuori dal brutto, allora anche del bello che c’è in voi, e c’è, non ci possiamo dar vanto. Anche quello, cari studenti, è tutto solo vostro.

Arrivederci, ragazzi.

La vostra Prof, Favella Stanca

L'autore di questo post

Prof Favella Stanca di tanti ragazzini e Mamma Caos di due bambini. Mamma e Prof giovane d'esperienza ma non di età, in barba a chi ci dice: è tardi per (ri)cominciare!

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