Spoon River

Tempo fa, la mia collega Kiddica Maddalena Ramolini, ha scritto un articolo in cui sosteneva che L'antologia di Spoon River (1914-1915), dell'americano Edgar Lee Masters, andrebbe letta a 12 anni. Io sono stata da subito d'accordo con lei e mi sono ripromessa di pescare una poesia da quella antologia per la successiva puntata di Versi in fila indiana.

C'è un filo invisibile che lega queste poesie al nostro paese, questo filo parte dall'America e arriva fino a noi passando dalle mani di Cesare Pavese, Fernanda Pivano fino a Fabrizio de Andrè.

Adesso vi spiego:

Siamo negli anni quaranta, Pavese è già uno scrittore famoso e la Pivano si occupa di traduzioni. I due sono amici.

Racconta la Pivano:

«Ero una ragazza quando ho letto per la prima volta Spoon River: me l'aveva portata Cesare Pavese, una mattina che gli avevo chiesto che differenza c'è tra la letteratura americana e quella inglese».

La Pivano s'innamorò subito di quei versi, tanto che, all'insaputa di Pavese, cominciò a tradurli. Quando Pavese lo scoprì convinse l'editore Einaudi a pubblicarli; così il 9 Marzo 1943 fu pubblicata la prima edizione italiana dell'antologia.

Ma che c'entra De andrè? C'entra perché anche lui si appassionò di quei versi, che altro non sono che storie, piccole biografie, e successivamente ne trasse ispirazione per un disco: Non al denaro, non all'amore nè al cielo (1971).

Lo so, stavolta me la sono presa comoda prima di sottoporvi i versi, ma, non ho potuto resistere, tutti i personaggi citati appartengono a letture e a suoni ai quali sono particolarmente legata.

Ma adesso eccoci: trattandosi di Masters, anzichè parlare di versi parlo di storie. Tra tutte ho scelto la storia di George Gray:

George Gray

Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi da suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta,  e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio –
è una barca che anela al mare eppure lo teme.

Alla prossima!

L'autore di questo post

Specialista in crollo di librerie, appassionata di storie tanto da credere di viverne una ogni giorno. Siciliana, mamma, webwriter. Parlo poco e sorrido molto. Questa sono io.

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