Il taccuino di Simone Weil

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Tra fragilità e forza si muove la vita di Simone Weil, così come emerge nelle pagine de Il taccuino di Simone Weil di Guia Risari, con le illustrazioni di Pia Valentinis (rueBallu), dove il racconto è affidato alla voce in prima persona della protagonista, tra pensieri e scrittura.

Si comincia dalla fragilità, perché la narrazione ha avvio in un letto di ospedale, a Londra; qui Simone Weil è ricoverata per tubercolosi ed è gravemente indebolita ma, nonostante le raccomandazioni dei medici di evitare qualsiasi affaticamento, custodisce un quadernetto nascosto sotto il cuscino, come un amico caro cui affidare i ricordi del passato, ripercorrendo (con noi lettori) gli anni della sua vita precedenti il 1943 (anno del ricovero e della sua morte, il 24 agosto).

Il viaggio nel passato comincia proprio dalle origini, dalla nascita, a Parigi, il 9 febbraio del 1909: Simone Adolphine Weil, secondogenita (il fratello André, matematico tra gli iniziatori del gruppo Bourbaki), nasce con tanti problemi di salute ma anche con un padre medico e una madre molto decisa a far sì che vivesse. Ed è certamente anche grazie alla famiglia che la fragilità del corpo non diventa sinonimo di debolezza, di impedimento o ostacolo, anzi sin da piccola emerge la consapevolezza della propria forza interiore che diventa una forza attiva, oltre che di pensiero (“Anche se ero magrolina e non ci vedevo bene, mi sentivo invincibile”).

Il lavoro del padre, medico anche per l’esercito, porta la famiglia Weil a cambiare spesso città, gli spostamenti uniti ai problemi di salute le impediscono di andar con continuità a scuola questo, però, non vuol dire non imparare nulla, anzi… a volte un istitutore va a casa ma è soprattutto grazie alla madre, con o senza i corsi inviati per posta, e grazie alle lezioni del fratello che la formazione di Simone è ricca e approfondita; alla base del suo apprendimento c’è una incessante curiosità. Tra favole dei fratelli Grimm, tragedie greche, commedie e lezioni di matematica, geometria e astronomia, lo studio a casa la rende una bambina preparata e attenta al mondo intorno a lei.

Weil, la marziana (così la chiameranno durante i corsi di filosofia), mentre è costretta a letto, ricorda la nascita della sua passione per la politica fin da piccola. La prima certezza, la scintilla che dà avvio alla passione, è quella di schierarsi dalla parte dei più deboli, di chi non può vendere altro – sfruttato – che la forza lavoro: operai, braccianti agricoli, minatori, donne e popoli colonizzati. Sempre il suo occhio cercherà le diseguaglianze che nei secoli si ripetono: c’è chi non può difendersi e serve gli altri, i pochi che detengono il potere.

A soli quattordici anni, Simone Weil vive una personalissima Grande Crisi, con un profondo senso di sconforto e sfiducia nelle proprie facoltà, soffrendo nel confronto con le doti e i successi del fratello.

Tante sono le tappe della sua formazione, non solo per quanto riguarda gli studi. Durante gli anni dell’università un punto di riferimento importante tra i suoi professori fu Alain (ovvero Émile-Auguste Chartier) che la incoraggiò, oltre che negli studi, anche nello scrivere e pensare liberamente.

Non ci sono, però, solo libri nella sua vita, Simone – pur non entrando in alcun partito – insieme al fratello si interessa alle questioni pratiche, i due organizzano così corsi gratuiti per gli operai. È in questa esperienza che nasce in lei il desiderio di lavorare in fabbrica.

A 22 anni, con una laurea in filosofia e l’abilitazione per l’insegnamento, si trasferisce a Le Puy. Qui, oltre all’insegnamento, continua a seguire la vita degli operai, promuove la necessità di un sindacato, si impegna a raccogliere soldi per i disoccupati della zona, si interessa ai minatori vicini di Saint-Étienne. Invita le sue alunne a pensare criticamente, magari mettendo da parte i libri di testo, leggendo direttamente gli autori studiati.

Nell’agosto del 1932, un viaggio in Germania le apre gli occhi sulla minaccia del nazismo, dove disoccupazione e disperazione portano a una pericolosa propaganda, al ritorno in Francia scrive articoli su ciò che ha visto, ma in pochi sembrano darle retta.

Con un permesso speciale, Simone è poi assunta in una fabbrica di componenti elettriche e meccaniche. Come gli altri operai, è pagata a cottimo, lavora senza pausa pranzo per dieci ore al giorno e la produzione è così specializzata che nessuno sa a che cosa serviranno i pezzi su cui lavora.

Anche qui ritorna il binomio fragilità-forza, nel lavoro fisico Simone è un disastro, la sua capacità manuale è pessima, ma tutti la aiutano e lei ricambia informandosi e informando, perché è sicura che aumentare la consapevolezza degli operai sul loro operato sia importante nel migliorarne la qualità della vita.

In seguito lavorerà anche alle fucine Carnaud e presso la Renault, ma una vita sola sembra esser troppo breve per racchiudere tutte quelle che saranno le sue esperienze: l’insegnamento a Bourges, la guerra civile in Spagna come giornalista (bruciandosi una gamba per sbaglio con dell’olio bollente sarà costretta a lasciar presto la prima linea, pur riportando con sé immagini che non dimenticherà più), i viaggi in Italia… La Seconda Guerra Mondiale la vedrà partire per gli Stati Uniti con i genitori (raggiungendo il fratello che vi si è già stabilito): sono ebrei e sono anni di deportazioni così, pur non volendo lasciare l’Europa, Simone va a New York perché non vuole che i genitori, per starle vicino, rischino la vita (i genitori, preoccupati per lei, l’avevano seguita infatti anche in Spagna durante la guerra civile). L’ultimo viaggio è quello del ritorno (da sola) in Europa, quello che la porterà alla fine nel letto dell’ospedale da cui scrive.

È denso Il taccuino di Simone Weil, tra spostamenti, lavori, pensieri, letture, studi, riflessioni e incontri. E, alla fine, due pagine di una breve bibliografia sono un invito a leggere, oltre ad alcuni scritti di Simone Weil, anche alcune delle sue letture.

Guia Risari traccia con passione e rispetto la trama di una vita difficile da racchiudere in un libro, con una scrittura chiara come quella di chi si racconta con sincerità, di chi ha troppe cose da dire da non aver il tempo di ricamarci sopra con inutili fronzoli.

Le illustrazioni di Pia Valentinis, pur essendo sempre ben riconoscibile la sua mano, riescono a trovare una voce differente per ogni suo lavoro e, ogni volta, si tratta di una voce che non descrive ma incanta, che trasporta in un mondo altro, dando al testo che accompagna una ancor maggiore profondità. A dir la meraviglia, basti solo il ritratto frondoso di Simone Weil che occupa la copertina del libro.

Perfetta per un taccuino è la collana cui appartiene il volume, Jeunesse ottopiù, della casa editrice palermitana rueBallu (della stessa collana, recentemente abbiamo anche letto La cena del cuore, dedicato a Emily Dickinson), con un elastico a chiudere e custodirne le pagine e una grande cura editoriale sin dall’utilizzo di Materica, carta naturale realizzata con fibre di cotone, riciclate e di pura cellulosa provenienti dalla gestione responsabile delle foreste.

L'autore di questo post

Classe 1982, pugliese, fiorentina d’adozione e con un debole per la Francia. Da quando ho scoperto A. A. Milne e Astrid Lindgren, mi è stato chiaro all’improvviso che cosa avrei fatto da grande e poco importa il fatto che un po’ grande lo fossi già. Da allora mi dedico alla letteratura per l’infanzia e ragazzi, tra studio, letture e i primi passi nel dietro le quinte del mondo editoriale.

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