Scusa, come hai detto?

La capacità del linguaggio di interrogarsi su se stesso è la sesta porta della lingua verso l’infinito: le porte sono sette e di esse parlò Tullio De Mauro in un incontro del 27 maggio 2007 all’Auditorium Parco della Musica a Roma, che ho trovato prima qui, poi qui.

Quando posso chiedere e chiedermi: cosa significa questo? posso anche confrontarmi con ciò che volevo dire e non sono riuscito a dire o magari con ciò che sono riuscito a dire, ma che non è stato compreso dagli altri per come l’avevo inteso io.

Tutto il problema della vita è dunque questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri, scriveva Cesare Pavese. Così, dopo aver lavorato sul rischio del fraintendimento, in questo 27 maggio, i ragazzi di prima media della scuola Manzoni di Pesaro, varcheranno questa porta alla grande… ecco per voi un’anteprima:

Un anno fa mio padre mentre stavo giocando a calcio mi disse tutto a un colpo ‘sei scarso ma perché giochi così male’? Quelle parole mi andarono al cuore come una freccia. Ci rimasi malissimo, ma, alla fine, con coraggio, mi recai da lui e dissi: ‘senti, tu… che dovresti farmi il tifo e darmi forza, allora vieni tu a giocare al posto mio’. Mio padre ci rimase male e restò fermo come una statua per qualche minuto. Dopodiché corse verso di me e mi abbracciò forte chiedendomi scusa; non voleva ferirmi.

Io non ho avuto il coraggio di dire a un mio amico che si vantava sempre, che si credeva il migliore e che mi dava sempre fastidio, non ho avuto il coraggio di dirgli che lui era come tutti – né più né meno (perché in fondo era pur sempre mio amico).

Qualche mese fa ho fatto una cosa che ha fatto arrabbiare mia madre, non mi ricordo cosa le avrò fatto, ma mi ricordo che mia mamma si era arrabbiata e a un certo punto mi ha detto: mi fai schifo! In quel momento mi sono sentito morire, perché non avevo mai sentito dire che un figlio fa schifo alla propria madre.

Io pensavo di aver preso un bel voto, per essere alle medie. Invece per mia madre non era così.

E io cercavo di dire una cosa a mia madre ma lei mi ha fermato e non mi ha fatto continuare la frase.

Quando a baseball ho fatto molte battute e mio babbo mi ha detto che dovevo fare almeno un fuori campo.

Quando ero più piccola, io e mio fratello avevamo litigato (come facciamo sempre) e lui mi aveva detto che non mi voleva più bene e io in quel momento mi sentii persa nel vuoto. Adesso quando me lo dice, so che non è vero, e quindi non mi interessa.

Quando io con la mia famiglia vado a delle feste a casa di amici, mia madre dice a me e a mio fratello: non fatevi sempre riconoscere, oppure quando torniamo a casa: siete sempre i soliti. A volte lo dice solo a me e a me un po’ dispiace, ma ormai ci sono abituata.

Una volta, avevo tre anni, avevo chiesto alla mia mamma se potevo fare la pipì nel cestino del bagno lei mi ha detto provaci e io ho frainteso il significato e l’ho fatto e poi lei mi ha menato.

Insomma, la vita per noi animali linguistici può essere davvero complicata; vi lascio con alcune indicazioni utili, sono per voi adulti: usatele.

Ci sono parole che non pesano niente come: ciao, come va?, brava, bello, non importa, cavolo, fagioli, calendario, astuccio, e poi ci sono parole che pesano molto come: devo finire i compiti (perché so che è vero), lo devo fare, gira al largo, ho sbagliato, ti aiuto, metto a posto, responsabilità, non capisci, è importante, stai calma, sono stato io, ti amo (non l’ho ancora detto), scusami – e alla fine sia chiaro per tutti: le belle parole costano un milione di euro, ma le parolacce costano zero.

L'autore di questo post

Sono nata a Pesaro nel 1974. Sono autrice di una raccolta di racconti, tre libri per bambini e una storia su un re un po' strano che si chiama Arcifungadue, la trovate su Yuri la rivista. Quasi ogni giorno leggo storie ai bambini e ai ragazzi. Studio e lavoro per la costruzione della loro lingua individuale.

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