Sai leggere?

Quando si pensa alla lettura a voce alta si pensa a qualcosa di preparato (vero) di raffinato di volta in volta (vero) e dunque di qualcosa su cui si ha, strada facendo, sempre più dominio e padronanza. Insomma: «Leggere a voce alta, vuol dire aver già provato la lettura», come scrive Gian Mario Villalta in Il respiro e lo sguardo (Bur, 2005). Sì, ma non basta. Perché l’esercizio della lettura a voce alta diventa ciò che è, legandosi ad altri fattori che riguardano: persone, tempi, luoghi.

Ricordo una lettura particolarmente difficile, difficile perché mentre le parole mi uscivano dal torace, una ad una mi entravano nelle vene e la concentrazione arrivava a un punto tale che il tempo dentro l’aula non esisteva più e anche l’aula, credo, non esisteva più – cioè dovevo fare in modo che accadesse proprio così. Erano venti righe dai Sommersi e salvati di Primo Levi, il momento in cui racconta la tentazione di credere in Dio; per leggere a voce alta quelle righe, quelle righe mi imponevano di non alzare gli occhi sui ragazzi, mai, di tenere il volto davanti al libro, perché potessi scendere dentro quelle parole portandomi dietro chi era all’ascolto. Inutile dire che se in quei pochi minuti bussava alla porta un bidello era finita.
Una parte essenziale della lettura a voce alta non si gioca dalla parte della voce, ma dalla parte della ricezione della voce.

Bene, ora vi racconto momenti sparsi della lettura (e della ricezione) di Chiamatemi Sandokan di Fabian Negrin (Salani), di quel che è arrivato da parte dei bambini (tutti di nove anni) e di quel che ho dovuto far arrivare da parte mia (attraversando la storia).

Momento uno
La storia inizia con una certezza: la nonna è un essere orribile.

nonna

I bambini non vedono altro: la solitudine della protagonista che viene raccontata in queste pagine passa in secondo piano rispetto al supplizio di dover stare con una nonna così brutta.
Momento due
Nelle pagine successive, la bambina trova dei libri nell’armadio della nonna, comincia a leggerli, e sprofonda nella storia di Sandokan. Quando arriva Aldo, il cugino della bambina, la bambina convince Aldo a giocare ai pirati, ed ecco che Sandokan entra in salotto.

sandokan in salotto

Non tutti si accorgono della magia contenuta in queste pagine, ma appena la palla di cannone viene colta nell’atto di spostare il lampadario, la lettura si amplifica in un’esperienza eccezionale, condivisa, magica. Da quel momento in poi, tutti sentiamo che nulla è come prima.
La bambina e Aldo entrano ed escono dal libro di Sandokan, facendo entrare e uscire da casa animali, pirati, navi e battaglie, ma qui comincia a mancare qualcosa. Aldo c’è, ma la bambina? Come si chiama la bambina? La storia è raccontata dalla sua voce, ma nessuno la chiama, né la nonna, né il cugino e così ancora non sappiamo il suo nome. La lettura silenziosa non porta a questo nodo narrativo; raccontare a voce alta la storia e mostrare le immagini è un tipo diverso di narrazione che necessita che la storia sia raccontata e che le immagini siano mostrate, ovvero: devo poter ‘mostrare’ la bambina e non posso farlo indicandola con un dito: la bambina deve essere identificata con un nome, perché l’incanto della lettura non si arresti mai.  Così, mano a mano che bambini diversi avevano lo stesso bisogno di sapere come si chiamava quella bambina straordinaria che entrava e usciva dalla giungla con Sandokan, ho dovuto inventarle un nome e per parte mia, lei è stata Sara.
Momento tre e quattro
Ci sono altri due momenti in cui i bambini si identificano con la storia e l’aula scompare davvero: il momento in cui Sara e Aldo si buttano a terra stremati; e il momento in cui Sandokan doma la tigre.

 

dopo il gioco

 

Leggo dunque le parole sulle pagine dove si vedono i bambini stesi a terra, ma mentre mostro l’immagine ai bambini, racconto e ricordo la fine dei loro giochi,  chiedendo quante volte si sono buttati a terra, quanto è bello stendersi così, alla fine del pomeriggio, dopo aver corso e sudato. Ecco che il libro diventa una specie di finestra sulla vita dei bambini, l’empatia con Aldo e Sara è completa.
Più avanti, Sandokan mette una lama al collo della tigre, e qui la lettura si fa lenta, lapidaria, quasi sacrale. I bambini sentono la forza di questo uomo eccezionale e domare la tigre diventa un desiderio condiviso. Sandokan dice: Guardami, anche io sono una tigre, e in quel momento anche i bambini partecipano del desiderio di essere come una tigre: fieri, maestosi, invincibili.

 

tigre

Sì nel libro c’è scritto Anch’io, con elisione, ma la lettura a voce alta impone di andare piano, per dilatare questo momento e l’elisione non aiuta: Sandokan guarda negli occhi un animale selvaggio, bisogna far sentire il peso temporale e simbolico di questo incontro, perché questo incontro abbia forza e senso.
Momento cinque
Poi arriva il bacio d’amore tra Sandokan e la perla di Labuan, la bella nipote di Lord Guillonk, fanciulla dai capelli profumati come gelsomini del Borneo. Le battute che si scambiano i due sono piene di romanticismo; le ipotesi di lettura sono due, in questo punto. Si possono leggere le parole d’amore con tono realistico e serio, dando credito a questo scambio e aspettando lo scoppio di repulsa dei bambini alla vista del bacio appassionato (tutti a dire ‘che schifo!’, ‘e nooo!’, ‘blah!’, etc.); oppure si possono leggere rendendole un po’ caricaturali, scaldando le battute in maniera autoironica. In questo caso la visione del bacio risulterà meno dirompente, perché la tonalità appassionata-caricaturale della voce andrà a  smussare la serietà dei toni amorosi, preparando all’immagine del bacio e in un certo senso sottraendo ad essa forza e suggestione.  
Momento sei
I bambini sono portati a credere e a ricredersi, in questo straordinario gioco di entrate e uscite tra racconto e realtà e tra realtà e racconto, fino alla scena finale. Aldo deve andare via, è arrivata la mamma e la nonna lo chiama dalla finestra.
Lo scambio di battute tra la nonna e Aldo precede come sempre lo svelamento dell’immagine, ma qualcosa non funziona; i bambini sanno che Aldo è stato Sandokan, lo hanno visto, e soprattutto, in più di un passaggio, loro stessi si sono sentiti dei pirati selvaggi e coraggiosi, loro stessi sono stati Sandokan. Quando, rispondendo alla nonna che lo chiama, Aldo dice: Aldo? … chiamatemi Sandokan!, i bambini non si aspettano di vedere Aldo.

aldo

La battuta di Aldo viene tradita dalla faccia di Aldo.
In questo caso, ecco che i modi della ricezione della storia insegnano qualcosa di utile non solo sul versante della lettura, ma anche sul versante  della scrittura: per i bambini qui avrebbe dovuto esserci solamente lui, la tigre della Malesia, il più grande pirata di tutti i tempi.
Insomma, caro Fabian, qui avrebbe dovuto esserci Sandokan!

L'autore di questo post

Sono nata a Pesaro nel 1974. Sono autrice di una raccolta di racconti, tre libri per bambini e una storia su un re un po' strano che si chiama Arcifungadue, la trovate su Yuri la rivista. Quasi ogni giorno leggo storie ai bambini e ai ragazzi. Studio e lavoro per la costruzione della loro lingua individuale.

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