I quattro cantoni

È estate (e su questo siam tutti d’accordo, suppongo), e giocare al chiuso di una stanza (a meno che questa non sia provvista di condizionatore…) è impensabile. Molto meglio trascorrere le proprie giornate in spiaggia o, comunque, approfittarne per godersi un bel po’ di sana (e afosa) aria all’aperto…  magari evitando, però, gli orari di sole a picco.

È’ il giusto periodo, insomma, per riscoprire i vecchi giochi di una volta. Per un genitore, l’occasione per trascinare al parco, sollecitati dalla brezza del tardo pomeriggio, i propri ragazzi e mostrar loro come ci si divertiva un po’ di tempo fa; quando, cioè, di parole quali videogame o internet non se ne conosceva il significato, dato che, a dirla tutta, non esistevano nemmeno.
Si giocava in cortile o per le strade. E tutto ciò che serviva per divertirsi era un semplice pezzo di gesso. Che fosse stato acquistato all’emporio più vicino o preso in prestito dalla lavagna della classe poco importava, in effetti.
Cosa farci? Innumerevoli cose.

Si poteva, per esempio, disegnare sul terreno un grande quadrato, con quattro piccoli cerchi agli angoli. Al centro, poi, un cerchio più grande. Ecco allora, in pochissimi minuti, il tabellone perfetto per giocare ai quattro cantoni, insieme alla campana, tra i giochi di strada probabilmente più  conosciuti.
Un gioco antico, e credo non esserci genitore che non vi abbia giocato almeno una volta durante la propria infanzia. Insomma, ci ho giocato anch’io quand’ero ancora un piccolo cilindro deteinato, a dirla tutta.
Le regole sono semplicissime: mentre un giocatore si posiziona nel cerchio centrale, all’interno del quadrato, gli altri si rifugiano negli angoli. Al segnale del primo, i quattro devono velocemente scambiarsi di posto, scivolando da un cerchio all’altro. Il tutto prima che una qualunque delle loro postazione possa essere occupata dal quinto ragazzino.
Semplice, ma non per questo poco divertente, no.

Dei quattro cantoni, poi, dovrebbero esistere anche delle varianti. Io, per esempio, ero solito giocare a Napoleone alla guerra di…, che ha l’indubbio vantaggio di inglobare un numero teoricamente infinito di giocatori.
Immancabili, ancora una volta,  dei cerchi disegnati col gessetto. Uno, più grande, centrale, e altri, piccoli, disegnati intorno senza un ordine ben preciso.
Il ragazzino sorteggiato per risiedere nel cerchio grande svolge il ruolo di Napoleone, mentre gli altri quello di una qualsivoglia nazione europea.
Un modo, del tutto giocoso e indolore, per inculcare, peraltro, un po’ di storia nei più piccoli.
Napoleone, al coro di Napoleone alla guerra di…, nomina dunque una nazione, dando così il via all’inseguimento. L’unica speranza per il ragazzino chiamato, dopo essere uscito dal proprio cerchio, è quella di ritornarvi all’interno prima di essere acchiappato dal generale francese. Altrimenti, come regola vuole, dovrebbe prenderne il posto.
Uso il condizionale, però. Nel campo delle relazioni internazionali nulla è mai sicuro, del resto.

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