Parola d’ordine: disordine!

Quando ero piccola, e poi, più avanti, quando sono stata una adolescente, io amavo l’ordine. Sono stata quella che la maestra chiamava proprio una brava bambina.
Per molti anni ho camminato su questa strada del fare le cose esattamente come gli altri chiedevano venissero fatte; questo ordine era spesso pacificatore delle mie giornate e delle responsabilità che sentivo di avere.

Poi un giorno, moltiplicato per tanti giorni o anni che non saprei ridire, ho compreso qualcosa di me stessa che aveva a che fare con la complessità che adesso vedevo intorno a me, con l’incapacità sempre più manifesta di dare un nome alle cose, di seguire strade consolidate per fini consolidati, qualcosa che aveva a che fare con la paura di fallire e alla fine anche con la bellezza di aver fallito e sbagliato e di aver dovuto cambiare per dare un senso diverso alla strada che stavo facendo.

Sto correndo il rischio di banalizzare, semplificare e togliere vitalità a questa dimensione dell’essere, questa dimensione qui, della complessità, che è il motore di ogni relazione educativa, ma provo ugualmente ad andare avanti perché è ciò di cui mi occupo, ciò che mi sta a cuore.

Quando Elisabeth Bing, parlando della sua esperienza in un Istituto medico-pedagogico della Provenza (in un incontro registrato da Angela Chiantera il 17 settembre 1997, raccolto nel volume Scrivere l’esperienza in educazione, a cura di Emanuela Cocever e della stessa Chiantera), dichiara che attualmente in Francia c’è sempre più una sorta di rivoluzione, di regressione verso il formalismo: per paura, perché si ha sempre molta, molta paura di ciò che accade dentro le persone, e allora si torna con grande violenza al formalismo, aggiunge anche che sono i bambini [a spingere verso la sperimentazione la ricerca], è la loro vita, è questa relazione ad essere importante e dunque ecco l’impossibilità, da parte sua, di scrivere un libro sugli atelier di scrittura da lei condotti, perché: che significato avrebbe un libro di ricette quando tutto avviene con ogni persona che è lì, con quella persona?

Credo che Elisabeth Bing in queste righe lambisca uno dei problemi centrali della scienza educativa – qui, nel suo caso, mediata nel lavoro di scrittura – poiché i maestri, gli educatori, spesso sono alla ricerca proprio di questi libri di ricette, della possibilità, cioè, di formalizzazione delle diverse tappe del lavoro che li attende ogni giorno, perché questo lavoro possa trovare un ordine e una propria interna rintracciabilità.

Riconoscere questo desiderio di formalizzazione mi ha portato, negli anni, non solo a detestare l’ordine (il modo sempre uguale a se stesso di presentare l’epica, di parlare dei miti, il modo sempre uguale a se stesso di spiegare la fiaba, di introdurre le funzioni di Propp, di partire da tali funzioni per scrivere una storia fantastica, il modo sempre uguale a se stesso di usare il ‘tema’ per far scrivere i ragazzi di qualunque cosa: dell’adolescenza, della droga, della famiglia, dell’amicizia, di Dante, della televisione, et cetera), ma anche ad apprezzare il senso riposto, scabroso, del disordine o caos o mancanza di rintracciabilità dei passi e del cammino. E in qualche modo questa non è stata solo una scelta, ma anche una conseguenza interna al metodo: modificare la voce, gli intenti, le strade davanti alla diversità delle voci e delle strade incrociate.

Elisabeth Bing era una critica letteraria, avrebbe dovuto insegnare francese ai bambini, ma quando li incontra, quando incontra la loro lingua tradita, ridotta a convenzione, decide di lavorare con loro sulla scrittura. Per farlo, romperà schemi e prassi legati all’insegnamento della lingua, operando un vero e proprio processo di pulizia dei precetti e delle vie consuete con cui quei bambini (si trattava di casi sociali spesso pesantissimi, come lei stessa scrive) erano stati accompagnati nell’acquisizione della competenza linguistica.

Cambiare prospettiva non è una cosa semplice, ma è, credo, il primo atto di arresa davanti alla complessità, il primo passo per non avere paura del disordine.

Non aveva intrapreso ragionamenti similari Mario Lodi quando decise di alzarsi dalla cattedra e di andare a vedere quel che guardavano i bambini fuori dalla finestra (e dando avvio in questo modo all’avventura di Cipì), invece di richiamarli con severità a sedere ciascuno al proprio banco? Non si tratta solo di grandi sistemi (la lingua, la scrittura, la letteratura), dunque, ma anche della confusione in cui si muovono i bambini dentro la classe che viene accuratamente evitata (perché temuta).

Un buon maestro lavora mettendo insieme sguardo, competenza, esperienza e capacità immaginativa. La vita che ho vissuto e che vivo alimenta la conoscenza dei dati e delle informazioni che possiedo attualizzandola nel processo educativo, nella relazione, e il pensiero analogico (che è nutrito dall’arte e dalla letteratura) è ciò che permette alla complessità di stare su.

Così ai miei studenti che iniziano ad analizzare le Favole insidiose di Anna Bonacci, e che si stanno chiedendo, lo so, a cosa possa servire acquisire questa specifica competenza, e dove starebbe l’utilità di saper fare una ricognizione stilistica di un testo letterario per il loro futuro lavoro a scuola, risponderei a mia volta chiedendo: a cosa serve lo studio approfondito e serio della disciplina letteraria se poi a scuola vi potrete sedere operativamente sulle pagine di lettura dell’antologia adottata?

Serve a non sedersi, ragazzi. Serve a continuare a cercare e camminare, a chiudere il senso per aprirlo, di nuovo, per nuove ricerche e nuovi cammini. Serve per provare ad essere veri maestri.

L'autore di questo post

Sono nata a Pesaro nel 1974. Sono autrice di una raccolta di racconti, tre libri per bambini e una storia su un re un po' strano che si chiama Arcifungadue, la trovate su Yuri la rivista. Quasi ogni giorno leggo storie ai bambini e ai ragazzi. Studio e lavoro per la costruzione della loro lingua individuale.

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