Otto. Autobiografia di un orsacchiotto (Mondadori)

Tomi Ungerer, Otto. Autobiografia di un orsacchiotto, Mondadori

27 gennaio, Giornata della Memoria

Il 27 gennaio è il giorno in cui in cui le truppe sovietiche dell’Armata Rossa entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz, liberando 7.000 superstiti. Altri 60.000 detenuti erano stati portati via dai nazisti durante la loro ritirata, verso i lager dell’Ovest, in una marcia a cui pochi sopravvissero. Era il 1945. Dal 2006 in questa data si commemorano le vittime dell’Olocausto, dopo la celebrazione, il 24 gennaio del 2005, durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, del sessantesimo anniversario della liberazione dei campi di concentramento nazisti.

Tante sono le iniziative, istituzionali o meno, legate a questa giornata. I palinsesti televisivi sin dai giorni precedenti propongono agli spettatori film e documentari per ricordare la tragedia della Shoah e, se siete passati in libreria, avrete notato in evidenza negli scaffali o nelle vetrine libri, classici o nuove uscite, pubblicati in occasione della Giornata della Memoria (e certamente sugli scaffali e da leggere anche oltre questa data).

Tra questi titoli, all’interno del panorama editoriale dedicato ai bambini e ai ragazzi, un albo illustrato, pubblicato in Germania nel 1999 ed edito in Italia dal 2003, rappresenta certamente un classico moderno, capace di narrare, con delicatezza e uno sguardo rivolto veramente all’infanzia, la guerra e l’Olocausto: Otto. Autobiografia di un orsacchiotto, di Tomi Ungerer (Mondadori).

Otto, David e Oskar, storia di un’amicizia

Tomi Ungerer ha scelto un punto di vista inedito per raccontare la crudeltà della guerra o, meglio, per raccontare qualcosa che la voce narrante, così come i suoi due giovani amici, non riesce proprio a capire, anche se ci si trova dentro, coinvolto senza poter opporre resistenza.

La voce narrante è quella di Otto, un orsetto, e la sua storia è anche la storia di due bambini, due inseparabili compagni di gioco, divisi dalla guerra.

All’inizio dell’albo vediamo Otto, un po’ malandato, nella vetrina di un rigattiere. Lì l’orsetto comincia a pensare al suo passato, sin dalle proprie origini, a partire dalla fabbrica in Germania in cui era stato cucito e inscatolato, per poi finire, come dono di compleanno, nelle mani di un bambino, David.

David ha un amico carissimo, Oskar, i due sono sempre insieme e giocano con Otto, finendo anche per macchiarlo con dell’inchiostro, che non andrà più via ma lo renderà allo stesso tempo unico e riconoscibile tra mille.

I tre insieme stanno bene, fino a quando arriva il giorno in cui David è costretto a indossare una stella gialla sulla sua giacca, con sopra la scritta “ebreo”. Lui e il suo amico scoprono di essere “diversi”, o almeno così viene detto loro, ma in realtà i 3 non ci capiscono più molto di come va il mondo.

Passano pochi giorni ancora, David e la sua famiglia sono portati via, ma, salutando il suo amico, David lascia l’orsacchiotto a Oskar che lo terrà stretto a sé anche nei momenti più difficili, come quando il padre parte come soldato o quando cominciano i bombardamenti aerei e deve correre nei rifugi.

La guerra continua, spietata, e divide anche Oskar da Otto. Il destino di questi tre amici, però, ha ancora delle sorprese in serbo per loro, così come per i lettori.

L’autore

A scrivere la storia di Otto è Tomi Ungerer, autore di oltre 140 libri per bambini e adulti e vincitore di numerosi premi internazionali, a partire dal più prestigioso di tutti ovvero l’Hans Christian Andersen (nel 1988).

Affidando la narrazione al punto di vista di Otto, alcuni orrori della seconda guerra mondiale ci sono preclusi. Non vediamo, per esempio, dove viene portato David con la sua famiglia, non entriamo in un campo di concentramento ma ce ne giungerà comunque notizia. Pur essendo solo un orsacchiotto, anche Otto si troverà sotto le bombe e avrà ferite da ricucire.

Alla fine del libro, però, più del dolore (certamente sempre presente) per tutto ciò che i tre amici hanno vissuto e di cui sono stati testimoni, sentiamo il calore e la forza di un’amicizia che si credeva perduta per sempre ed è invece ritrovata.

L'autore di questo post

Classe 1982, pugliese, fiorentina d’adozione e con un debole per la Francia. Da quando ho scoperto A. A. Milne e Astrid Lindgren, mi è stato chiaro all’improvviso che cosa avrei fatto da grande e poco importa il fatto che un po’ grande lo fossi già. Da allora mi dedico alla letteratura per l’infanzia e ragazzi, tra studio, letture e i primi passi nel dietro le quinte del mondo editoriale.

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