Oralità, scrittura e voce

I bambini e la scrittura a scuola

Una delle cose che posso dire di aver imparato a contatto con le scritture d’infanzia, è che i tempi della costruzione del testo scritto come linguaggio consapevole che si cimenta nella messa in scena di referenti/significati/significanti sono tempi lunghi e pieni di pause, di intermittenze.

Sono tempi che la programmazione scolastica difficilmente accoglie, se non nella quotidiana ribellione di autonomie individuali di percorso, di maestri e di maestre che scelgono strade diverse – impegnare due anni e non quattro mesi per passare dallo stampato al corsivo, per esempio, o abbandonare il ventaglio di tipologie testuali orientate all’esercizio dei generi, di tutti i generi, a favore della diade saper descrivere/saper raccontare.

Nell’analisi delle correzioni di testi di scuola primaria e dunque nella ricognizione degli obiettivi didattici orientati alla testualità scritta,  vi sono alcuni atteggiamenti ricorrenti che rimandano a incomprensioni e tradimenti della oralità che domina la lingua del bambino e che sul foglio scritto rimane, permane, si adatta, si moltiplica o si frammenta, ma insomma: continua a vivere.

Il testo scritto ha una sua regolamentazione.
La grammatica presiede alla dimensione logica del pensiero, all’insorgere della sua architettura.

Eppure

Eppure vi sono zone di discorsività, ampi laghi – lacune? – dove la lingua chiama se stessa e il mondo non per la via dei nomi, della significazione, della socialità da abitare, ma per la via del puro suono, della libertà degli echi e dei ritorni e dei ritmi con cui si compie, in ultimo, un rito di rigenerazione.

La poesia è una di queste zone.
Un’altra, è la lingua infantile.

Sicché il problema o la questione, il punto da cui guardare, non è più ciò che separa l’oralità dalla scrittura, ma ciò che unisce la voce al testo, ciò che permette alla vocalità, al suono, alla forza del fonema che genera un potere sacro di relazione con l’alterità – animali, piante, vento, compagni di sentimento, compagni di stupore – di rimanere vivo.

Didattica a distanza e traccia della voce

Durante questa lunga notte, in cui gli occhi sono stati chiusi ed è stata la voce a navigare, a camminare, a inerpicarsi, e talvolta a scavare, ho registrato ore e ore e ore di pensieri e riflessioni per le lezioni dedicate agli studenti universitari della Scuola di scienze della formazione.

Uno studente mi ha mandato a sua volta un vocale, dicendomi: “capisco meglio, posso tornare indietro e invece dal vivo, a lezione, mi perdevo i nomi dei libri, qualche autore, qualche cosa che poi non mi era possibile ritrovare, invece così riavvolgo l’audio e prendo appunti e ascolto tutto, quindi per me è meglio prof., è solo un po’ inquietante quando ride”.

Già, confesso che a me piace ridere; trovo spesso che le cose siano buffe e abbiano dentro un portato di divertimento che è l’assurdo, e in mezzo ad esse, divertente allo stesso modo, anche di più, trovo anche me stessa: dall’architettura del senso la fuga è necessaria, qualche volta, verso l’eco o anche verso la nota che stona. Magari sembra che non c’entri nulla questa digressione sulla risata, tuttavia credo che si stia ancora sullo stesso coriandolo di senso, che è il senso che risiede nella voce.

Tutta la relazione didattica e formativa a distanza si è schiacciata sulla voce, che ha irrobustito e moltiplicato le maglie della sua rete; ho potuto esistere solo con la voce, grazie alla voce, e la risata – sentita, non per caso, perturbante, poiché sta allo scherzo, al divertimento la funzione di rovesciare l’ordine ereditato, il quieto posarsi della nomenclatura logica – è stato il riverbero più chiaro di un riconoscimento o anche disconoscimento dentro la trama fonetica della comunicazione.

Mi riferisco a qualcosa che ha a che fare con la vitalità, con la ricerca di senso e di esistenza, con la traccia che è traccia fonica, e musicale – traccia della voce.

Voce e identità

Ritengo l’esercizio della lettura a voce alta uno degli aspetti più importanti della professionalità del maestro, poiché è il cuore e il motore di quella prosodia vocale attraverso cui chi insegna celebra la propria passione aprendo la strada all’appassionarsi di chi ascolta.

Lo sforzo più grande di chi legge a voce alta un testo è agire un risveglio delle parole, riportandole alla condizione di vocalità, cioè di suono improvviso. Per quanto la lettura di un brano, di un racconto, di un albo illustrato sarà sempre e necessariamente lettura preparata e non improvvisata, la voce, nel momento in cui sveglierà la parola stesa sul foglio e la donerà al volo dell’aria, arriverà alle orecchie di chi ascolta senza preavviso, rinnovando il suono  della parola e la melodia delle parole l’una dopo l’altra, mentre l’identità della storia si realizzerà nell’identità della voce.

Il narratore orale, scrive Milena Bernardi, finisce sempre per parlarci di ciò che più gli sta a cuore, qualunque storia racconti, ieri come oggi, egli ci parla di sé, della sua vita, del suo esistere nel mondo.

E mirabile torna in mente allora l’incontro dal balcone tra Romeo e Giulietta, l’unicità incarnata dell’amato che si manifesta vocalmente, le voci che incontrandosi nella distanza, si invocano e si convocano, al di là delle parole, nel buio della notte, risuonando secondo il ritmo musicale della relazione (Adriana Cavarero).

Il video è un omaggio alla voce dei bambini e alle loro scritture che quest’anno sono nate pensando alle parole della lingua libera e perfetta del silenzio, della musica, del ritmo, del puro suono. 

L'autore di questo post

Sono nata a Pesaro nel 1974. Sono autrice di una raccolta di racconti, tre libri per bambini e una storia su un re un po' strano che si chiama Arcifungadue, la trovate su Yuri la rivista. Quasi ogni giorno leggo storie ai bambini e ai ragazzi. Studio e lavoro per la costruzione della loro lingua individuale.

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