Nell'arena del Web: uccidere con un post

Marzo 2014

Verrà un giorno in cui i ragazzini, “una vera e propria razza a parte”, “disperati, butterati, tristi e piccoli, resi matti dagli ormoni e dalla solitudine”, inchiodati nelle loro stanze alle tastiere del computer, afferrati al cellulare davanti alle banchine della metro, si getteranno tra la gente per farsi saltare in aria.

Lo racconta Michael Cunningham nella Crociata dei bambini. Ragazzi-fantasma, arrabbiati col mondo, sono intrappolati in una “fortezza di solitudine” e nella tela di una famiglia parallela di pari che cresce dentro lo schermo del Web. Bambini senza nome, preda di altrui volontà, spaventati di non avere abbastanza amore. Abbandonati.

Sembra un racconto scritto per me, per noi, genitori e insegnanti della generazione Web 2.0.

Leggendo, mi suggestionò l'incubo che voi ragazzi foste vicini e lontanissimi, persi in un mondo parallelo e tentacolare, così a noi sconosciuti da farvi percepire come nemici.

Oggi parte da qui la mia pagina di diario, per cercare, se esiste, un argine alla mano che sale dal Web per uccidervi, ragazzi-fantasma della generazione Cyber-bulli.

Di rete si può morire: le mamme-sentinella che controllano il mondo virtuale dei figli lo sanno. No, ragazzi, entrare nel vostro profilo non è la stessa cosa che forzare il lucchetto del diario. Il vostro mondo virtuale coi suoi segreti ha una forza d'urto che le relazioni reali e i segreti che confidavamo noi, al nostro diario, non avevano.

Di rete si muore: lo sanno la mamme e il papà di Tommaso, uccisosi nel 2009, di Carolina, nel 2013, di Nadia, quest'anno, con i loro volti ancora da bambini postati sui social network, risucchiati in un vuoto pieno di parole, di immagine rubate, di post come pugni: “Sei omosessuale”, “Fai schifo”, “Ucciditi”. Perché nell'arena del Web si gioca a tirare al bersaglio a caso, senza consapevolezza delle emozioni provate e fatte subire e senza che le vittime e gli spettatori riescano a scollegarsi, ad andarsene via… Perché non vi scollegate? Perché è forse questo che vi insegniamo noi, che esistiamo se qualcuno ci clicca? Perché vi insegniamo che nella nuova società tribale della vergogna, come scriveva Alessandro D'Avenia nel 2013 (La società della vergogna dietro al web), vince chi urla di più, chi fa gossip, chi si adegua alla norma della volgarità becera della piazza di Facebook, di Twitter, d'Instagram e del vigliacchissimo Ask, che spopola tra gli adolescenti garantendo l'anonimato? Perché vi insegniamo che il solo modo di essere è apparire, senza pudore?

Sarà poi vero che non vi abbiamo abbracciato abbastanza, figli, che vi guardiamo senza vedervi e che per questo vi abbandoniamo inermi in quella grande mamma virtuale che è il Web? Così sostiene lo psichiatra Federico Tonioni, che ha aperto al Policlinico Gemelli di Roma il primo ambulatorio per la cura del cyberbullismo (io ne prendo nota!), rivolto a vittime e carnefici: “on line le relazioni sono sganciate dalle emozioni” e la mancanza di fisicità “esacerba gli istinti degli adolescenti, illudendoli che i danni inferti e subiti non siano poi così reali.” (leggi qui).

Mi potreste dire che il bullismo è sempre esistito come rito di passaggio nella dimensione del branco e potremmo leggere La scuola della cattivera in cento anni di storia, Torino, SEI, 2010, che racconta il “bullismo” attraverso i più celebri personaggi della letteratura, però io vi dico che perseguitare con i social network, diffondere foto denigratorie, creare gruppi “contro” è diverso: è la vostra famiglia di pari dietro lo schermo che vi aggredisce. Quel mondo che ti faceva sentire meno sola, ti risucchia con l'inganno proprio nella tua cameretta, ragazza che posti “Non fanno altro che insultarmi, su Ask, Twitter, Facebook. Cerco di essere forte, ma fa male”.

E ancora vi chiedo, perché la insultate? E tu e voi, perché restate a guardare?

Secondo una ricerca promossa da Ipsos per Save the Children il 72% dei nostri ragazzi pensa che il cyberbullismo sia una delle minacce più reali e pericolose della loro esistenza: compromette il rendimento scolastico, isola, getta nella depressione (qui i dati).

Per essere concreti, ecco un breve vademecum per mamme, papà e per voi Kids, perché capiate che le parole possono uccidere e non dolcemente:

  • http://www.sicurinrete.it/genitori/cosa-rischiano/cyberbullismo: indicazioni molto pratiche su come prevenire e reagire ai cyber-bulli. Uno tra tutti: non rispondete alle provocazioni e bloccate l'azione del cyberbullo salvando i testi lesivi e inviando la segnalazione al moderatore o al gestore della telefonia mobile
  • http://www.sicurinrete.it/superkids/index.php: una storia animata su una giornata di ordinario cyberbullismo: utile anche per noi adulti, per ricordarci com'è facile cominciare a ferire con leggerezza, solo "per gioco"
  • www.facebook.com/unavitadasocial, @unavitadasocial: sia la pagina Facebook sia il profilo Twitter, in collaborazione con la Polizia Postale, sono uno spazio d'ascolto e di confronto per chi si sente vittima di aggressioni o per noi genitori ed educatori, che vogliamo capire
  • Sportello “Help – Web – Reputation”: un progetto del Corecom della Lombardia per formare docenti e alunni su un uso prudente e consapevole dei social network. I corsi inizieranno da ottobre 2014 (per informazioni: corecom@consiglio.regione.lombardia.it)
  • Progetto per Tommaso: un progetto rivolto alle scuole, nato nel 2009 per la formazione di studenti-educatori in grado di aiutare le potenziali vittime, promosso dal padre di Tommaso, vittima di cyberbullismo
  • Bozza governativa del primo Codice di autoregolamentazione per il contrasto al cyberbullismo. Si chiede un impegno ai colossi Google e Microsoft per bloccare gli episodi di cyberbullismo, prevedendo meccanismi di segnalazione visibili e immediati sulle pagine dei social (leggi il documento)

Spero di esservi stata utile, questa volta. 

La vostra Prof, Favella Stanca

 

 

L'autore di questo post

Prof Favella Stanca di tanti ragazzini e Mamma Caos di due bambini. Mamma e Prof giovane d'esperienza ma non di età, in barba a chi ci dice: è tardi per (ri)cominciare!

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