Ma cosa mangia Doraemon?

Kiddies, un compito per voi: andate da mamma e papà e chiedete loro “Cosa mangiava Doraemon?”

Sicuramente adesso sanno la risposta! Perché vedete, quando noi eravamo dei piccoli kiddi e dopo pranzo correvamo davanti alla tv per guardare Doraemon finivamo sempre per chiederci che cosa potevano essere quei dolcetti di cui il gatto venuto dal futuro era tanto ghiotto. Ora grazie a Internet sappiamo la risposta e sappiamo che, per preparare degli ottimi Dorayaki, non abbiamo mica bisogno di una gattopone o di ciuski particolari!

Ma prima di tutto raccontiamo ai kiddies più giovani la storia di Doraemon.
Doraemon è un bellissimo gattone azzurro e bianco che viene dal Ventiduesimo secolo e vive insieme ad un ragazzino pigro e abbastanza sfigato dei tempi nostri (nostri! Delle vostre mamme e dei vostri papà), Nobita. Senza mezzi termini: Nobita era proprio una sfigato. Perseguitato dai bulli e incapace di confessare il suo amore alla ragazza che gli piace da sempre, Shizuka.
A Nobita quindi capita la fortuna quindi di vivere con questo mitico gattone che in una specie di marsupio quadrimensionale sulla pancia (gattopone) conserva una miriade di oggetti fantastici provenienti dal suo strabiliante futuro (i famosi ciuski) e pensa di risolvere tutti i suoi problemi grazie a queste mirabolanti invenzioni: il saggio Doraemon però lo ammonisce ogni volta, dicendogli di non abusare troppo dei ciuski, ma Nobita puntualmente non lo ascolta e finisce sempre nei guai.

Anche se saggio però, Doraemon ha una debolezza: i Dorayaki! Ogni volta infatti si lascia corrompere da questi dolcetti o ne fa indigestione. Le vostre mamme rimarranno sorprese nel sapere però che altro non sono che dei dolci molto simili a piccoli pancakes uniti da anko, che sarebbe una marmellata di fagiolini di soia.
Bleeeeh, fagiolini. Si, in effetti per i nostri palati potrebbe risultare abbastanza schifoso o stucchevole ma niente panico, tireremo fuori dal gattopone delle fantastiche alternative! Ecco a voi quindi….

I DORAYAKI DEL XXII SECOLO

Prima di tutto tirate fuori dal vostro marsupio:

2 uova

50 gi di zucchero

100 g di  farina tipo 00

mezzo cucchiaino di lievito in polvere (anche vanigliato va benissimo)

un cucchiaio di miele

due cucchiai di acqua

nutella/marmellta/miele/cioccolato per farcire

Mi raccomando, prima di iniziare tenete un po’ le uova fuori dal frigo (ve bene anche farle riposare nel gattopone per alcuni minuti) in modo che siano a temperatura ambiente.
In una ciotola sbattete le uova con lo zucchero fino a scioglierlo (potete usare una frusta elettrica ciuski), aggiungete poi il cucchiaio di miele e la farina setacciata. In un bicchierino a parte sciogliete il lievito con l’acqua e incorporatelo lentamente all’impasto con le uova, dopodiché coprite con la pellicola e lasciate a riposare per almeno 30 minuti in frigorifero (3 minuti in un frigo del XXII secolo, sono potenti quei cosi).
Se non l’avete già fatto, a questo punto chiamate la mamma e fatevi dare una padella antiaderente. Assicuratevi che la metta sul fuoco a fuoco medio, e lasciatela riscaldare per pochi secondi. Prendete un mestolo terrestre e fate cadere un po’ di impasto al centro della padella per formare un disco di circa 5 cm di diametro (la mamma lo sa). Quando vedrete che cominceranno a formarsi delle belle bollicine in superficie prendete una spatola e girate il vostro Dorayaki, la parte cotta dovrà essere di un bel marrone, poiché sarà la parte esterna del vostro dolcetto; fate cuocere l’altro lato un po’ di meno.

Quando avrete pronti tutti i vostri dischetti sarà il momento di a farcirli: spalmate la parte più chiara di cioccolato, miele, nutella, marmellata a vostro piacimento e unite due dischetti, avendo cura di lasciare sempre la parte più scura all’esterno! Io li preferisco con marmellata di lamponi e lamelle di mandorle abbrustolite, marmellata di arance e gocce di cioccolata o una golosissima crema al mascarpone.

Che vi posso dire! Ittadakimasu! (Buon appetito) e chiedete a mamma e papà di farvi vedere un po’ di puntate di Doraemon, fosse mai la volta buona che si ricordano come ci si sente ad essere un Nobita sfortunato!

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