Le fiabe di Hanna

Oggi, come già saprete (su YouKid lo avete già letto qui), è il Giorno della Memoria. Il 27 gennaio del 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa liberavano il campo di concentramento di Auschwitz. Dal 2006 in questa data si commemorano le vittime dell’Olocausto, dopo la celebrazione, il 24 gennaio del 2005, durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, del sessantesimo anniversario della liberazione dei campi di concentramento nazisti. Vi avevamo consigliato, qualche giorno fa, alcuni film che tentano di raccontare l’Olocausto a bambini e ragazzi, oggi ricordiamo nuovamente Hannelore Salomon e la sua storia grazie a Un libro per Hanna, che vi abbiamo presentato qui.

Quando Hannelore, nel 1939, parte per la Danimarca, prima di dover cambiare il proprio nome in Hanna (per non attirare troppo l’attenzione), scopre che la madre le ha infilato di nascosto tra i vestiti il suo libro preferito, le fiabe di Hans Christian Andersen. Dapprima si vergogna di avere con sé, e proprio in quel momento, un libro di fiabe, roba per bambini, ma la lettura di quelle storie non la abbandonerà mai e la vedrà, a sua volta, narratrice di quelle stesse fiabe in più occasioni. Sono storie tristi anche, come quella della Piccola fiammiferaia, che muore di freddo nell’ultima notte dell’anno e finalmente vola via in cielo con la nonna, senza più freddo, senza più fame e senza angoscia, vicino a Dio. C’è Ole Chiudilocchio e il suo fratello omonimo, che è chiamato anche morte, ma non né brutto né cattivo come dicono. C’è soprattutto la storia del soldatino di stagno e della sua strana sorte che Hanna racconta alle sue amiche Mira, Bella, Rosa e Rachel per non pensare al cibo mentre sono nel campo di concentramento di Theresienstadt. Il soldatino di stagno, dritto sulla sua sola gamba, è in una casa, nella cameretta dei bambini, qui non smette di guardare una ballerina di carta, con una gamba sollevata in aria nell’atto di danzare. Un giorno il soldatino cade dalla finestra e da lì gli capita una disavventura dietro l’altra: due monelli lo mettono in una barchetta e lo fanno navigare in un rigagnolo, finisce in un tombino, alla fine della fogna precipita in un canale. Un pesce lo inghiotte e così si ritrova al buio, peggio che nella fogna; infine il pesce viene pescato e il soldatino ritorna così nella casa da cui era partito, tirato fuori dalla cuoca e rimesso al suo vecchio posto. Senza alcun motivo però, uno dei bambini della casa getta il soldatino nel fuoco, dove volerà anche la ballerina di carta e i due bruceranno insieme. Tutti noi siamo soldatini di stagno caduti dalla finestra, nota Mira che da quel momento non vuole più ascoltare fiabe. Anche Hanna, quando Mira non ci sarà più, arriverà a pensare che il campo di Theresienstadt non sia un posto adatto per le fiabe, perché vi manca la consolazione presente anche nelle fiabe più tristi di Andersen. Eppure, come ricordato anche nel libro di Mirjam Pressler, proprio in quella realtà terribile, una favola, Brundibár, portò con sé la forza della speranza (vi invito a leggerne la storia qui).

Quando la guerra è finita molte cose sono cambiate e le ragazze provano disagio nell’incontrare chi aveva diviso una parte del loro cammino senza aver condiviso l’esperienza del lager: è come stare su due sponde diverse del fiume. Ma come dice alla fine la taciturna Rosa:

Dobbiamo deciderci a costruire dei ponti […] Altrimenti non saremo mai libere e resteremo tutta la vita a Theresienstadt.

La memoria è così il nostro ponte, sempre in costruzione.

L'autore di questo post

Classe 1982, pugliese, fiorentina d’adozione e con un debole per la Francia. Da quando ho scoperto A. A. Milne e Astrid Lindgren, mi è stato chiaro all’improvviso che cosa avrei fatto da grande e poco importa il fatto che un po’ grande lo fossi già. Da allora mi dedico alla letteratura per l’infanzia e ragazzi, tra studio, letture e i primi passi nel dietro le quinte del mondo editoriale.

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