La Straordinaria Invenzione di Hugo Cabret

La Straordinaria invenzione di Hugo Cabret è un libro che potrebbe spaventare un bambino.
Mi spiego meglio: quello che ci ritroviamo tra le mani è un grosso e pesante volume, con la copertina rigida, per un totale di più di 540 pagine.
Una cosa simile potrebbe scoraggiare anche i più temerari piccoli divoratori di libri. Ma in questo caso, c’è davvero da dire che l’apparenza inganna.
Perché basta aprire il libro per ricredersi immediatamente. Il grosso tomo è ripieno di una lunga serie di bellissimi disegni e immagini, tutti fatti a mano con la matita a carboncino.
La Straordinaria invenzione di Hugo Cabret è un libro diverso da tutti gli altri.
Ci si accorge subito che per poterlo amare, bisogna essere sicuramente lettori non ordinari.
Il primo pensiero che vi verrà in mente leggendo che il libro è pieno di disegni, è che si tratta di una graphic novel, ma non avete ragione nemmeno in questo caso.
In questo libro non sono le immagini a raccontare le parole, bensì il contrario: le parole raccontano le immagini, e c’è una bella differenza.
Qui non c’è una figura relativa a una frase o a una pagina, e nemmeno didascalie scritte in calce. Leggere Hugo Cabret è come vedere un film. Una specie di film muto degli anni ’30. Ci sono le immagini a raccontarci la storia, e ogni tanto si trova qualche frase che manda avanti la trama.
C’è poco da leggere e tanto da vedere ma, soprattutto, da immaginare.
Fin da bambina ho sempre avuto l’impressione che le parole costruissero le immagini nella mia testa. In questo caso invece, sono state le immagini a creare le parole, come se fosse una specie di lettura al contrario. Che però, non per questo, toglie dello spazio all’immaginazione.
Credo di poter dire, con gran cognizione di causa, e guardando indietro al numero piuttosto elevato di libri letti nella mia vita e, di conseguenza, alla mia modesta esperienza in merito, che questo possa essere uno dei libri più belli che mi sia mai capitato di possedere.
La storia, è quella di un bambino divenuto solo, che vive nei meandri della stazione ferroviaria di Parigi. Alla morte del suo papà, già orfano di mamma, viene preso in affidamento dallo zio: un ubriacone perdigiorno che carica gli orologi della stazione.
Figlio di un orologiaio, Hugo impara presto il mestiere dello zio, per svolgerlo al suo posto, nei lunghi periodi in cui manca per essersi perso dietro all’alcol.
Il papà di Hugo gli ha lasciato un’eredità affascinante: un automa trovato in un vecchio museo, un congegno di forma umana che però è rotto, e ha bisogno di essere aggiustato. La particolarità del piccolo uomo di metallo è quella di saper scrivere: una volta caricato e sistemato a dovere, la sua penna sicuramente porterà un messaggio.
Hugo è solo, e per vivere rubacchia qua e là cibo e, soprattutto, congegni per poter finire la costruzione del suo automa, il cui progetto è annotato in un prezioso taccuino che era stato prima del suo papà.
Hugo non deve farsi scoprire dalla polizia, perché questo farà sì che venga portato in un istituto, l’ultimo posto al mondo dove vorrebbe stare.
Durante una delle sue piccole scorribande in un negozio di giocattoli, viene sorpreso dal proprietario, che scopre il suo taccuino e glielo sequestra minacciandolo di bruciarlo.
Hugo non sa cosa fare: il taccuino gli serve, è una delle ultime cose lasciategli dal suo papà, perduto quello, non sarà più possibile aggiustare l’automa e quindi scoprire il suo messaggio.
Così comincia ad inseguire il giocattolaio, che sembra non avere alcuna intenzione di aiutarlo. Una sera, mentre aspetta al freddo che gil venga restituito ciò che è suo, incontra Isabelle, sua coetanea e figlioccia del vecchio scorbutico papà George.
Isabelle gli consiglia di essere paziente: papà George non ha bruciato il taccuino, e se lui saprà ingraziarselo, riuscirà a riaverlo.
Hugo inizia così l’amicizia con la piccola Isabelle, appassionata di letture, e comincia a lavorare nel negozio di giocattoli della stazione, effettuando anche piccole riparazioni.
Presto riuscirà ad ottenere di nuovo il taccuino e ad aggiustare l’automa, ma è proprio adesso che ogni cosa cambia e il misterioso passato di papà George ritorna in superficie per sconvolgere tutto.
Non voglio svelare troppo della storia, perché il bello arriva proprio dopo il risveglio dell’automa. E con questo ho già detto troppo.
Io ho letto il libro di Hugo solo un paio di anni fa, anche se è chiaramente un libro rivolto all’infanzia, ma mi è piaciuto forse più di quanto possa piacere a un bambino.
Mi ha portato incontro a ricordi che avevo seppellito dentro di me e mi ha fatto rivivere un periodo felice della mia vita.
Certamente questo potrebbe essere solo l’effetto provocato a me, ma quali altri magici mondi potrà aprire per un adulto che decide di entrarci dentro?
Sono certa che valga la pena dargli una possibilità. Magari dopo averlo comprato ai propri bambini, non sarebbe male farselo prestare.
L’autore, Brian Selznick, è un americano che ha cominciato lavorando in un negozio di libri per bambini.
È molto giovane e ha vinto già moltissimi premi. Ha illustrato diversi libri per altri autori, e fa a mano tutti i suoi disegni. Inoltre ha una produzione sua che però, purtroppo, non è interamente reperibile in traduzione italiana.
Ultimamente è uscito il suo ultimo libro “La Stanza delle Meraviglie” e, pur non avendo nemmeno visto di che cosa si tratta, credo proprio che correrò a comprarmelo.
Di Hugo Cabret esiste anche il film, con la regia di Martin Scorsese, magistralmente girato e interpretato, con una fotografia incredibile.
I personaggi sono assolutamente somiglianti ai disegni dell’autore e non tradiscono nemmeno minimamente l’idea che Selznick ha voluto dare di loro.
Io ho visto il film dopo aver letto il libro e ho notato molte corrispondenze.
Non affrettate i tempi e se ancora non avete visto il film, leggete prima, e non commuovetevi troppo, mi raccomando.

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2 commenti su "La Straordinaria Invenzione di Hugo Cabret"

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