La chiamano Maturità (parte 2)

Finiti gli scritti, si entra in una fase del tutto diversa: la preparazione per gli orali. La stanchezza e l’insofferenza per il caldo e le estenuanti giornate di studio in biblioteca cominciano a farsi sentire. Inizio a ripassare le ultime parti di programma, ma più studio più mi rendo conto che sapere tutto è impossibile. I programmi sono sterminati, così come la gamma di domande possibili. Ci sarà sempre un argomento che proprio non mi entra in testa, o che non ho afferrato, o che semplicemente in quel momento non mi ricordo. Progressivamente realizzo che quello che mi viene chiesto non è di padroneggiare tutto lo scibile umano, ma di dimostrare quello che ho capito al di là dei singoli particolari. Non a caso si chiama esame di maturità: devo dimostrare la maturità necessaria a presentarsi di fronte ad una commissione e dare prova di che cosa ho appreso al di là del singolo dato puntuale. E’ l’ultima lezione delle scuole superiori: dopo averti obbligato a memorizzare una quantità allucinante di informazioni, ti obbliga a fare tuo quanto imparato, dimenticando ciò che è secondario per trattenere e padroneggiare l’essenziale.

Andare ad assistere agli orali altrui è un’esperienza emozionante e intensa. Nell’espressione di chi aspetta il proprio turno leggo apprensione e agitazione: da una parte la volontà di mettere a frutto uno studio immane, dall’altra la paura che ti venga fatta proprio quella domanda a cui non sai rispondere, ma scorgo anche un brillio particolare negli occhi, proprio di chi sa di essere a un passo dalla libertà definitiva, e allo stesso tempo di star affrontando un momento decisivo, in cui fare appello a tutte le proprie risorse. I compagni cercano di distrarre I prossimi interrogati chiacchierando e divagando, ma in ogni frase e in ogni sguardo c’è quella tensione: la consapevolezza che in quel momento sia in gioco molto di più di quanto sembri. I sorrisi di incoraggiamento, I respiri profondi, e dopo il colloquio gli abbracci e qualche lacrima. E io che assisto provo ansia e invidia al tempo stesso: da una parte vorrei anch’io affrontare subito quell’ultima prova, dall’altra la temo.

E quando arriva il mio turno, niente è come me lo sarei aspettato. Ho la testa leggera, frizzante, mi sento carica di un’energia nervosa che sale dalle viscere. Prima del colloquio penso a tutto tranne che a quello che mi aspetta: penso a come festeggiare la fine degli esami, penso alle vacanze, penso al mio futuro fuori dalla scuola. L’agitazione si presenta improvvisa e terribile un attimo prima di entrare, quando finalmente mi rendo conto che il momento è arrivato. Proprio quello. E che, già, non sono pronta. Non si può essere pronti, non si può essere perfetti. Ma comunque bisogna dimostrare quello che si vale. Si chiama maturità.

La commissione sembra un plotone di esecuzione. Sette professori schierati di fronte a un inerme studente. Tutto concorre a mettermi a disagio, e mi obbliga a tirare fuori quelle capacità nascoste che vengono a galla nei momenti più difficili. Quando firmo il foglio delle presenze la mano mi trema terribilmente. Prendo un respiro profondo e mi ripeto: l’importante è la tesina, l’importante è riuscire a esporre questa maledetta tesina in dieci miseri minuti, per avere l’unica occasione in tutta la mia vita scolastica di proporre un lavoro veramente mio, che ho fatto con passione. E ce la faccio. Tutta d’un fiato, senza tentennamenti, senza incertezze. Superato quello scoglio tutto il resto del colloquio scorre via anche troppo velocemente. Ogni domanda è un’incognita terribile, e ad ogni risposta mi sento un po’ più a mio agio. I professori annuiscono, proferiscono qualche incoraggiante “brava”. Passare da una materia all’altra così velocemente è un gioco di agilità mentale, e io mi ci butto a precipizio. Non ho tempo di riflettere su niente, le risposte affiorano dalla memoria in automatico. Quando tutto finisce, non saprei dire quanto tempo è passato.

Mi sento svuotata, leggera e allo stesso tempo smarrita, come se l’aver compiuto quello che è stato il mio scopo per settimane, per anni forse, mi avesse lasciato confusa. La coscienza di aver finito il mio percorso scolastico affiora a sprazzi, con lentezza, e ancora adesso non ho del tutto realizzato la portata di questo cambiamento. Facendo un ultimo giro per i corridoi e le aule sento uno strano senso di estraniamento, come se già non mi appartenessero e allo stesso tempo non riuscissi a liberarmene del tutto. Finisce la scuola, si spalancano le porte di un futuro ignoto e gravido di opportunità. Maturità. Qualcosa vorrà dire.

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