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Insegnare è insegnare a vivere. O no?

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In questi giorni sono impegnata in un corso di formazione verticale che coinvolge l’Istituto Pascoli (materna, elementari, medie) e il Liceo scientifico Laurana-Baldi di Urbino, insieme alla dott.ssa Erika Moretti, grafologa e psicomotricista.
Ci occuperemo del ruolo del maestro e della centralità del bambino, del ragazzo; cercheremo di delineare una strada percorribile tra didattica e formazione.

Lavorare in verticale ha in sé il senso di un attraversamento – la continuità – che è nella persona che cresce e occupa di anno in anno, avanzando, un gradino più alto nel suo percorso di apprendimenti e di conquiste.

Questo per noi significa tracciare il cardo e il decumano di una scuola dove si parte dal bambino e si ritorna sul bambino, ma se il bambino è al centro non significa che l’educatore sia ai margini.
E questo è il primo e direi fondamentale quesito cui il formatore e l’insegnante che vuole formarsi sono chiamati a rispondere.
Si tratta a ben vedere di ciò attorno cui ruota il dibattito sulla scuola, quello per cui ci si chiede cosa bisogna insegnare, come, e quali strategie didattiche l’insegnante debba adottare, quale curricolo – ma la via non è univoca, né semplice da essere percorsa.

Cerco solo di ragionare, di girare intorno a questioni che per la loro complessità non riesco a decifrare con un elenco o una mappatura singola, poiché per ogni voce si aprirebbero altre ipotesi di ragionamento, altre strade.
Quello che mi tormenta è però chiaro, poiché lo sperimento al Dipartimento di Scienze umane di Urbino, dove ogni anno instrado i futuri maestri all’insegnamento della lingua nella scuola primaria.
Parlo alle loro menti, ma sempre sento la spinta, la necessità, di parlare al loro cuore – perché il cuore ‘sappia’ nel senso dell’imparare a memoria, per ingestione, allestendo quel paesaggio interiore che ‘diventa parte attiva della nostra consapevolezza’ (Stenier) ovvero della nostra stessa identità. Dunque spiego una didattica fatta di strumenti, di metodo, ma, nello stesso tempo, non posso non aprire il senso di ciò che dico a un’etica che è personale, che riguarda l’esserci, la presenza del maestro, dell’educatore (presenza che si delinea per me dentro una didattica laboratoriale incentrata su lettura e scrittura).

E questo è il mio problema – il problema cioè di considerare che, lo dico con le parole di Morin, al cuore della crisi dell’insegnamento c’è la crisi dell’educazione. Al cuore della crisi dell’educazione ci sono i fallimenti dell’insegnamento a vivere.

Ma il ruolo di insegnante viene costruito grazie a una formazione ragionata e programmabile e non può essere basata su un cambiamento che prevede un’adesione psicologica, emotiva e valoriale, come scrive Giacomo Stella, isolando la soluzione proposta da Recalcati ne L’ora di lezione (quella adesione di cui sopra) come insufficiente.

Nel suo ultimo Tutta un’altra scuola!, Giacomo Stella cita anche l’Andrea Bajani de La scuola non serve a niente, quando attribuisce alla scuola il ruolo di regolazione dei contenuti e dei significati, ruolo utile per consolidare la padronanza linguistica: a scuola si rende consapevole il meccanismo che regola la scelta delle parole, la loro combinazione, il senso che tramite esse si vuole fondare.
Bajani parla dei maestri come di cultori, di officianti del linguaggio.

Ho amato molto La scuola non serve a niente, e l’ho letto quest’anno alle quattordici classi di terza media che ho incontrato, raccontando a voce le pagine 47 e 48 del libro, dove Bajani ricorda una telefonata di una amica insegnante veneta; in questa telefonata l’insegnante restituisce l’esperienza che ha da poco vissuto con la sua classe: il terremoto. Racconta del buco nero della sua mente, della paralisi fisica che l’ha colta brevi attimi e di come poi abbia detto ai suoi ragazzi ‘state tutti insieme!’. Frase che ha continuato a ripetere dopo la seconda scossa, mentre abbandonava con la sua classe l’edificio scolastico: ‘state tutti insieme!’.
E in questo stare insieme, l’amica insegnante di Bajani racconta di aver imparato sul proprio ruolo di insegnante tanto di più che in qualunque corso di formazione e Bajani da lì prosegue parlando di ‘comunità’ – di «una comunità di persone che cercano gli occhi di un maestro, e il cui stare insieme è il senso del loro andare a scuola».

Dopo aver raccontato fino a qui a voce, leggevo queste righe:

«L’insegnante – diceva Hannah Arendt – si qualifica per conoscere il mondo e per essere in grado di istruire altri in proposito, mentre è autorevole in quanto, di quel mondo si assume le responsabilità».

Quel prendersi cura, quella responsabilità del mondo di cui si fa portatore, sono l’indispensabile atto politico di un professore che ogni giorno entra in aula, e insegna.

Mi fermo un attimo. L’insegnante compie un atto politico, si assume una responsabilità: questo non ha proprio nulla a che fare con una adesione psicologica, emotiva e valoriale?
Devo anche mettere a fuoco i miei obiettivi che riguardano l’insegnamento della lingua, della scrittura, della lettura, della letteratura e torno a Bajani, che è uno scrittore, e quel che dice nasce dentro l’amore per tutto questo: scrittura, lettura, letteratura – non posso parlare di qualcosa che non conosco attraverso il cuore, che non ho amato e che non amo.

Di nuovo Stella:

Didattica ed educazione sono strettamente intrecciate. Non si possono affrontare separatamente: a scuola il problema della disciplina è tanto più rilevante quanto più la didattica è inadeguata: se le lezioni frontali sono noiose, gli studenti sono passivi e dunque si distraggono con altre attività e disturbano. L’insegnante, spesso, anziché cambiare la didattica adotta misure disciplinari più rigide: note sul registro, richiami, sospensioni, ecc. (p.109).

La soluzione, per Stella, è una rivoluzione che parte dal cambiamento dell’orario scolastico e passa per un cambiamento metodologico che è quello della classe rovesciata: cambia il ruolo dell’insegnante, dall’essere autoritario detentore del sapere, all’essere autorevole mediatore del sapere; cambia l’ambiente, dove la prima cosa a sparire (per la mia felicità, lo ammetto) è la cattedra e la lezione frontale è condivisa con gli studenti; cambia il programma, dove viene eliminata la didattica inutile degli apprendimenti scolastici di tipo mnemonico (e qui cascano grammatica e insegnamento tradizionale della lingua straniera, da rifondare); dove viene introdotta l’informatica e la lim per ogni classe e viene stabilita una divisa comune, jeans e felpa uguale per tutti.

Esperimenti in questo senso sono stati fatti e la rivoluzione è in atto, come nel Liceo statale Ettore Majorana di Brindisi dove i ragazzi amano stare a scuola.

Ora però mi domando se tutto ciò non abbia comportato, alla fine, quel cambiamento personale degli insegnanti su cui ragiona Recalcati e dal quale per Stella non sembra possibile partire per ottenere risultati soddisfacenti.

Quando venga tolta la cattedra si sta mettendo mano alla percezione del proprio ruolo dentro la classe, si sta lavorando in un ambito che riguarda la mentalità di chi si sedeva a quella cattedra fino a un momento prima; o no?
Penso ai tanti insegnanti con cui ho lavorato in questi anni: pochi sarebbero pronti a una prossemica diversa e pochi riuscirebbero a rinunciare al fulcro attorno al quale ruota un modello gestionale di scuola: il voto.

Chi viene messo al centro in una scuola così?
Il bambino, il ragazzo, la curiosità che muove l’apprendimento, la possibilità per tutti di esercitare il diritto a imparare e anche a divertirsi imparando.
Se metto il bambino e il ragazzo al centro, non metto l’insegnante ai margini, tutt’altro. L’insegnante è il motore che avvia il cambiamento, il centro di tutto, a scuola, anche quando e, anzi, proprio quando al centro deve esserci il bambino.

Chi dà al bambino la libertà di essere ciò che è: dubbioso, fiducioso, irrigidito, rilassato, divertito, annoiato, deluso, umiliato, valorizzato, incoraggiato, ignorato? Sempre l’adulto, ogni volta l’adulto.

L’insegnante dà avvio al cambiamento seguendo la strada di una formalizzazione didattica e tuttavia, forse, lungo questa strada, e per poter partecipare attivamente alla rivoluzione, l’insegnante avrà fatto (anche) una scelta valoriale e psicologica, una scelta che riguarda la responsabilità di esserci e di insegnare a vivere.
O no?

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