Il signor Automne

La piccola soffitta tra i tetti grigi di Parigi era molto affollata: ci vivevano tre gatti così magri che la mattina riuscivano, come i raggi del sole, a sgattaiolare fuori dalle persiane semichiuse; un topo esistenzialista, che passava il tempo chiedendosi se fosse più filosofico mordicchiare il legno di ciliegio o quello di castagno; quattro grumi di polvere che passavano il tempo turbinando nell’aria e il signor Automne.

Il signor Automne viveva per gran parte dell’anno acquattato sotto al letto, dove aveva ricreato un perfetto habitat comprensivo di lavagna per gli appunti, un frigobar d’antan pieno di aranciata amara, una pista per automobiline radiocomandate che riproduceva alla perfezione il circuito di Le Mans e una vasca da bagno coi piedini di leone sempre colma di acqua calda. Il signor Automne, come professione, faceva il sottolineatore di libri: si occupava, cioè, di leggere e sottolineare i libri al posto degli altri, che non avevano più il tempo e la voglia di farlo. La sua cosa preferita era sottolineare i libri a matita, tracciando una perfetta riga dritta con l’aiuto del suo righello di metallo; si era però dovuto piegare, a malincuore, anche all’uso degli evidenziatori, data la crescente domanda. Il suo colore preferito era il viola; non poteva invece soffrire il giallo fosforescente, che gli faceva venire mal di testa. Quando non sottolineava libri, il signor Automne passava il tempo a giocare con le automobiline radiocomandate, ad aprire bottiglie panciute di aranciata e a lavarsi i baffi nella vasca di acqua calda. Era molto vanitoso e portava lunghi baffi appuntiti alla francese, che si stropicciava tra le dita per concentrarsi quando il rigo da sottolineare era particolarmente difficile.

Il signor Automne mangiava solo castagne abbrustolite con il sale sopra, fichi appena colti dall’albero che cresceva indisturbato nel piccolo giardino sul retro della casa e fagiolini saltati in padella. Dopo pranzo, gettava le bucce dei fichi ai gatti magri che se le litigavano con la stessa tenacia con cui i passeggeri si litigano un posto sul tram nell’ora di punta – ma sempre con grande classe, come si conviene a dei veri gatti. Il topo esistenzialista rifiutava qualsiasi cosa che non fosse legno: aveva provato un paio di volte a rosicchiare i gusci delle castagne, ma non gli avevano dato la stessa soddisfazione. I grumi di polvere si nutrivano solo di polvere – per l’appunto – e di silenzio, quindi il signor Automne non si preoccupava per loro.

Il signor Automne aveva una voce sottile e struggente come un rimpianto, occhi profondi dello stesso colore delle castagne e sapeva contare fino a un miliardo a testa in giù. I suoi pensieri erano spesso pungenti e freddi come le sere di fine settembre e, quando gli succedeva così, si tuffava nella vasca da bagno per riscaldarsi un po’. Possedeva un album dei ricordi pieno di fotografie di persone delle quali, alle volte, faticava a ricordarsi i nomi e odiava giocare a cricket.

Certe sere, quando ombre lunghe di malinconia sembravano allungarsi sempre di più dagli angoli della piccola soffitta sui tetti grigi di Parigi, il signor Automne usciva da sotto il letto, si sedeva in poltrona e chiamava a sé tutti i gatti magri, che arrivavano e si accucciavano sulle sue ginocchia in silenzio. Dopo un po’ di borbottii e lamentele, anche il topo esistenzialista si avvicinava e si accomodava sulla punta della scarpa sinistra del signor Automne. Rimanevano tutti lì, senza dire una parola, fissando quello che restava del sole che scompariva dietro ai tetti delle case. 

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