Una giornata al parco con piccoli esploratori

Mi aspetta una mattinata al Parco archeologico dei Dauni ad Ascoli Satriano (Fg) con circa trenta alunni di una scuola materna della vicina Foggia. Mi hanno detto che i bambini hanno un’età compresa tra i 3 e i 5 anni e l’informazione mi lascia un po’ sgomenta: come si può raccontare la storia degli antichi Dauni a bambini così piccoli? Cosa dovrò inventarmi per catturare la loro attenzione e mantenere vispo e attento il loro sguardo? Sono eccitata e intimorita allo stesso tempo. Lavorare con i bambini ti carica di una grande responsabilità: ogni parola e ogni gesto vanno soppesati perché a loro non sfugge nulla e sono capaci di intuire il tuo disagio e la tua insicurezza. Ma è ugualmente una delle esperienze più esaltanti che ad un archeologo o a chiunque altro professionista possa capitare.

Mi muovo da Bitonto, la città in cui vivo, ben prima delle 8 di mattina. Ho un’ora e più di macchina da fare per raggiungere Ascoli Satriano. Con me c’è Elena; si occupa di didattica della storia, è abituata a lavorare con i più piccoli. È il suo lavoro da sempre, io invece ho cominciato a raccontare l’archeologia ai bambini da poco, da quando ho capito che il mio lavoro aveva poco senso se non ero in grado di comunicarne la bellezza e le difficoltà agli altri.

Arriviamo al parco ben prima del pullman che trasporta bambini e insegnanti.

Ne approfittiamo per rivedere il materiale che abbiamo preparato per il nostro gioco-escursione: ritagliare le figurine per i puzzle e ripassare gesti e ruoli della “morra daunia”.

Finalmente arrivano. Festanti e concitati scendono dal pullman e si dispongono in fila indiana. “Sono piccolissimi!” È la prima cosa che io ed Elena pensiamo. Adorabili con gli zainetti colorati sulle spalle e i cappellini in testa. Ti guardano sorridenti ed entusiasti ti seguono nel parco, non vedono l’ora di cominciare il gioco e noi con loro. Il nostro timore si sta già spegnendo. Mi verrebbe voglia di abbracciarli uno ad uno e già un groppo mi sale in gola, mi succede tutte le volte. È gioia, emozione, speranza.

Diamo inizio ai giochi: la morra daunia e il puzzle dei pavimenti in ciottoli. Ci muoviamo e giochiamo tra le tracce di abitazioni disseminate nel parco. Non so se i bambini sono in grado di cogliere fino in fondo quello che stiamo dicendo: qui tanti secoli fa viveva un popolo, i Dauni, composto da guerrieri, artigiani e donne che si occupavano della casa e dei figli. Il gioco vuole essere un ausilio alla conoscenza e anche se poche delle nostre parole resteranno nella loro testa, è importante che rimanga la sensazione di essersi divertiti in un luogo pieno di storia.

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La cosa che ti lascia senza fiato e ti intenerisce pericolosamente è che i bambini così piccoli, quando sbagliano o vincono, hanno bisogno di comunicarti il loro dispiacere o la loro gioia; anche se non ti hanno mai visto prima sentono il bisogno di abbracciarti e reclamano una tua carezza, la tua attenzione. È il loro modo per dirti che ti sono riconoscenti o che gli stai simpatica…

I bambini quando giocano – e i loro giochi sono sempre molto seri – hanno bisogno di pause, di distrarsi. L’ora della merenda arriva subito e noi tiriamo il fiato: sta andando tutto bene. C’è chi ti offre uno snack o ti dice che deve andare in bagno, chi ti chiede come ti chiami e chi ti racconta del suo papà e della sua mamma.

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La giornata è luminosa, calda. È piacevole stare all’aria aperta e passeggiare lungo i sentieri del parco, fiancheggiati da tombe ipogeiche. Lo stesso sentiero percorso un tempo dai cortei funebri e dagli uomini in processione verso l’area del santuario.

C’è chi corre lungo i viali, chi raccoglie fiori, chi ti stringe la mano. Arrivate al santuario, proviamo a spiegare loro che era un luogo ben diverso dalle nostre chiese. Qui si celebravano riti funebri e cerimonie. Ci guardano perplessi e come spesso accade interrompono i nostri discorsi con domande, riflessioni, pensieri in libertà. Questo ci basta: abbiamo stuzzicato la loro curiosità. Forse questa mattinata se la ricorderanno, non svanirà tra gli altri ricordi di scuola.

C’è tempo per una foto di gruppo sulle gradinate di un anfiteatro costruito all’interno del parco. Tutti con le mani sollevate verso l’alto e i volti raggianti. Mi sento bambina in mezzo a loro, più leggera, un po’ più felice. Il loro incanto è contagioso. I loro sorrisi sono il più prezioso compenso che ci portiamo a casa.

Buona vita bambini. Mi auguro sappiate custodire il passato e le sue tracce meglio di quanto stiamo facendo noi.

L'autore di questo post

Vivo a Bitonto, una cittadina alle porte di Bari, dove basta uscire di casa e camminare per strada per capire cos’è la Puglia. Ho sempre avuto le idee molto chiare: a 8 anni sapevo già che avrei fatto l’archeologa. Per anni mi sono divisa tra gli scavi e montagne di mattoni, tegole e coppi da schedare e studiare. Mi chiamavano “Giovanna brick” e chissà, forse un po’ di argilla sono fatta... Poi, ho deciso che dovevo raccontare l’archeologia ai bambini e dare un senso, una prospettiva al mio lavoro. E allora ho scoperto una cosa fondamentale: le storie sono l’unica cosa che ci lega al passato e al futuro e che nessuno potrà mai portarci via.

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