Giorgio Mainardi, una storia della Resistenza

25 aprile, festa della Liberazione.

Tanti sono i libri che, attraverso delle storie, raccontano a bambini e ragazzi la Resistenza. Questo 25 aprile vi invitiamo però a leggere una lunga lettera scritta da Giorgio Mainardi, giovane studente di medicina, ai genitori per spiegare loro le ragioni della sua partenza per unirsi alla Resistenza.

Abbiamo trovato la sua storia in Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana, un progetto  molto importante per la memoria storica del nostro Paese. 

Trovate la biografia di Giorgio Mainardi e la sua lettera completa qui.

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11/1211/12 / 1943

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Miei genitori,

colgo l’ultima frase tua, papà, e ne traggo la conclusione pratica: “Io voglio dividere, ‘scindere’ le responsabilità”. Va bene.

Parto.

Così, spero, che le responsabilità siano scisse.

Parto, perché non posso non partire, non posso non obbedire all’esigenza della mia coscienza, che chiama con insistenza, che urge, che mi sospinge.

Se diverse sono le esigenze vitali delle vostre anime se contrarie alle mie sono le leggi, e le vostre interpretazioni a queste leggi della vita, purtroppo è duro, ma non so cosa fare: è così e basta.

Ognuno di noi obbedisce ai suoi richiami, al suo destino, alle sue intime esigenze.

Io non giudico le vostre.

Io, rispetto ed obbedisco alle mie.

Mi sono impegnato io e non un altro.

Unicamente io e non un altro: voglio essere nella vita coerente, soprattutto e anzitutto!

Senza giudicare, né accusare, né condannare chi non lo è.

Non voglio disimpegnarmi, perché altri non si impegna, fossero questi anche il padre o la madre stessa. So di non poter nulla su alcuno, né voglio forzar la mano ad alcuno, devoto come sono e come intendo rimanere al libero movimento di ogni spirito.

Se qualcosa sento di potere – e lo voglio fortemente – è su di me, soltanto su di me.

Poiché il mondo si muove se noi ci muoviamo, si muta se noi ci mutiamo, si fa nuovo, se alcuno si fa nuova creatura, muore se ognuno di noi muore a sé stesso.

L’ordine nuovo incomincia se alcuno si sforza di divenire un uomo nuovo.

Mi sono impegnato con la vita, perché non potrei non impegnarmi.

Nessuno mi ha sospinto, forzato la mano, suggestionato. Nessuno al di fuori di me.

C’è qualcuno, qualcosa in noi – un istinto, una ragione, una vocazione, una grazia – più forte di noi stessi, che ci spinge a vivere religiosamente la vita, non egoisticamente.

Nei momenti più gravi ci si orienta dietro richiami, che non si sa di preciso dove vengano, ma che costituiscono la più sicura certezza, l’unica certezza nel disorientamento generale.

Coscienza, ragione, fede chiamano.

Io obbedisco.

Mi sono impegnato, così, con la vita, per trovare un senso alla vita, in questa vita di questo momento, alla mia mia vita in generale; per trovare una ragione ad essa che non sia una delle tante ragioni che ben conosco e che non ci prendono il cuore, un utile che non sia una delle solite trappole, generosamente offerte ai giovani dalla «gente pratica»!

Devo vivere una volta sola e non voglio essere “giocato” in nome di nessun piccolo interesse.

Perché non mi interessa la carriera, né il denaro, né la donna, se me la presentate come femmina soltanto, né il successo di me stesso e delle mie idee, né di passare alla storia.

Ho il cuore giovane e mi fa paura il freddo della carta e dei marmi.

Non mi interessa né l’esser eroe, né l’esser traditore davanti agli uomini, se mi costasse la fedeltà a me stesso, a quello Spirito, che San Giovanni dice, essere entro di noi.

So che vi farò soffrire con ciò, ma credo, spero che voi domani avreste a soffrire mille volte il doppio se doveste sapere che vostro figlio è un rinnegato, un imbecille della vita, un apostata della sua religione, di quella religione di cui voi vi siete fatti a me maestri e che in quest’ora e per tutta la vita mi impegnerà, per non esser una bestia, per non vegetare, ma per vivere, vivere, cioè esser coerenti alla propria fede.

Non coloro che dicono: Signore, Signore, vivono la religione, ma coloro che fanno la volontà del Padre che sta nei cieli: la quale è soprattutto: “Siate vitali, non vegetanti, siate coerenti nella vita con la vostra fede”.

Non capite questo linguaggio? Vi è esso nuovo?

Mi tacciate di romanticismo da ventenne? Mi giudicate un impulsivo sbadato? Credete che io sia un “inesperto”?

Non vi giudico.

So solo una cosa: che io voglio vivere e non vegetare.

E so anche un’altra cosa: a me interessa sentirmi responsabile di tutto e di tutti, coscienza pensante ed operante, come sono, nell’immensa Umanità che quaggiù soffre e muore.

Intorno a me?

Intorno a me già da lunghi anni di guerra non vedo che sangue, che lacrime, che carni martoriate, che immense distese coperte di cadaveri e di rottami, che infiniti campi di battaglia insanguinati e cosparsi di carogne di giovani; non vedo che madri, che spose, che figli, che fratelli, che fidanzate piangenti e sofferenti, morenti per un unico tormento universale ed io…. ed io…

Io, vigliacco, studiare la mia pagina di chimica, fumare la mia sigaretta, dormire le mie placide ore di sonno, in campagna, in villa?

No. No, genitori cari, no.

Questo non è vivere religiosamente la vita, questo non è compartecipare all’Anima dell’Universo, questo non è vivere con Cristo, in Cristo, quando il corpo di Cristo è così martoriato, ferito, sofferente.

La nostra religione è universale, è cattolica, perché sa che il suo punto di riferimento, il suo sostanziale, il suo motivo di essere universale è non sul Tabor, ma sul Calvario.

Così io penso. Così voglio sia, la mia religione, vissuta.

Queste sono le mie idee, la sintesi del mio travaglio, la nota dominante nel tormento della sinfonia della mia vita che si trova al suo ventesimo spartito.

Ripeto: mi sento responsabile di tutto e di tutti. Incominciamo da noi a riformare il mondo, a convertire il mondo, a far nuovo il mondo, riformando, convertendo, facendo nuovo anzitutto il nostro essere.

Non devo e quindi non voglio rinchiudermi in un individualismo gretto, egocentrico, egoistico.

Sono io, sì, ma sono anche un uomo, appartenente all’Umanità.

L’Umanità soffre, piange, muore.

Io, anche io, debbo soffrire, piangere, morire.

Vivendo così, non sgranando rosarii, si vive religiosamente.

Deve esser l’esame di chimica il mio fine, la mia preoccupazione, quando il mondo è un caos, tutto un cataclisma spaventoso?

Deve esser solo il non far piangere la mia mamma con il partecipare al movimento cosmico della vita, il freno alle mie azioni, quando migliaia, milioni di mamme si sentono morire per dolori dalla fisionomia infinita?

Deve essere la placidità, e la serenità della mia famiglia, il freno alle mie azioni, il perché del mio disobbedire alla voce della coscienza, quando milioni di famiglie sono disgregate, ancise, ferite, tormentate, distrutte?

Io sento la responsabilità di componente l’Umanità e prima di esser figlio di papà e di mamma, sono figlio della Grande famiglia umana, che si trova in travaglio, come non mai, per partorire un’epoca nuova.

Non capite questo linguaggio?

Non so cosa farci.

Nella vita c’è una gamma di valori.

Primi, gli uni, secondi, gli altri.

Nella vita c’è una scala di responsabilità.

Prime, le une, seconde, le altre.

Mi sono impegnato: non per riordinare il mondo non per rifarlo su misura ma perché milioni di fratelli soffrono e muoiono per questo impegno.

Ma perché milioni di fratelli da un Destino che è Provvidenza sono stati chiamati a concimare il terreno di una nuova epoca.

Si vive 60 anni in media e val la pena viverli e non trascorrerli pensando alla mia carriera, alla mia posizione, al mio avvenire oggi e al mio benessere, alla mia serenità e comodità domani.

Non capite questo linguaggio?

Non so che fare.

Domani quando verrà la mia ora, quando dovrò morire, come tutti lo devono, non sarà né il papà e né mamma, né il confessore, né l’Assistente religioso, né il Parroco, né alcun altro, ma io, che dovrò rendere conto di ciò che ho fatto, dinanzi a Dio.

Questa è religione secondo me, questa è la giusta, meglio, la più giusta interpretazione religiosa della vita. Non pensare alla mia vita e comodità e professione ecc. e poi andar sgranar rosarii in chiesa.

La nostra famiglia che cosa ha dato, come ha cooperato per e nel travaglio eterno e cosmico dell’Umanità?

Parto io, tornerò contento di aver dato anch’io la mia piccola e grande, con questa intenzione, opera per la storia, per la concretizzazione del piano Provvidenziale di Dio.

A vent’anni si è così, io almeno mi sento così.

È sciocco, anacronistico il vivere a vent’anni con la mentalità dei quaranta, dei cinquant’anni, no?

Dunque obbedisco alle esigenze, che forse non capite, dei miei vent’anni, assolvo ai doveri del mio stato di uomo, di cristiano, di intellettuale. di innamorato di Cristo.

Cristo ha detto: “Sono venuto a portare la guerra e non la pace”. Ha detto ancora: “Chi ama i genitori più di me, non è degno di me”. Ha detto: “Andate per tutto il mondo”. Ha detto, il verbo di Dio, cioè la Parola di Dio: “Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, saranno saziati” ecc.

È Dio che parla, che mi manda.

Io vo.

Surgam et ibo….

Vado.

Per esser degno dell’educazione datami da voi, genitori tanto cari, per esser degno della mia religione. Per esser degno del respiro largo che la religione e la cultura hanno dato alla mia anima.

Cammino per la mia strada, polverosa, assolata; tutte le strade conducono a un unico approdo, il Cristo, a Cui basta l’accettazione incondizionata della sua Parola e lo sforzo di volerla come ognuno può.

Che importano i risultati, il riuscire, il raggiungere la meta, l’assolvere al mandato completamente?

A Cristo importa che uno si avvii, che abbia nel cuore la nostalgia delle vette, il ribrezzo della valle, dove non si sa che declinare il pronome: ego, mihi, me, mei.

L’uomo non lo si incontra da solo, ma in un ingranaggio sociale sempre più complesso, da cui non si può, e non si deve staccarlo.

Dio ci ha creati bisognosi gli uni degli altri; e ci ha messo insieme perché, volendoci bene, costruiamo la giustizia nella carità: cominciamo insieme, per avanzarci insieme verso un raggiungimento sempre più avanzato dell’Ideale evangelico.

Il foglio di rivedibilità militare, le preoccupazioni per il mio avvenire, gli sforzi per il mio posto nella società economica, tanta attività per me, per creare una posizione economica a me, purché avere un qualcosa che sia di me in questo mondo, che in questo senso è una valle

scura e fangosa e non una vetta tersa e dura, e brulla, ma alta, alta, sono tutte cose che non trovano posto nel nuovo comandamento di Cristo: Figlioli, andate, vogliatevi bene come fratelli_ ciò che vuol dire aiutatevi l’un l’altro, soffrite insieme ed insieme gioite di quelle poche gioie che sono permesse quaggiù, che è una valle di lacrime, checché ne dicano filosofi da strapazzo di ogni tempo, e di ogni genere, dalla mentalità materialistica o altrimenti: «pratica».

Vivere per gli altri, con gli altri, non per noi, per le nostre comodità derivanti dalla posizione, dall’ufficio.

Mentalità bancaria-pratica non è mentalità cristiana!

Basta.

Son 6 fogli, ma poche sono le parole per esprimere tutto quanto alberga in quest’anima ventenne.

Parto.

So dove andrò, come vivrò.

Mi si aspetta, aspettano i fratelli, il fratello.

Avete usato, nella mia educazione, un’arma di cui forse non conoscevate la potenza impegnativa di cui è ricca: la Religione cristiana.

Parto e sono degno di essa.

Spero che, se mi avete capito, meglio se avete capito l’assillo che mi sospinge, che non mi condannerete, ma sarete fieri di me.

Io, papà, a riabilitare il nome da commerciante, da mediatore di cavalli dei Mainardi.

Io, mamma, a sforzarmi di esser all’altezza dei valori non materiali, istologici diciamo così, che tu mi hai trasmesso nel seno, ma dei valori spirituali che tu, col tuo sangue, mi hai versato come somma di inestimabile valore, nella vita che mi hai dato.

Io a compiere il mio dovere dinanzi all’umanità, alla società, a tutti coloro che sono partiti e non sono tornati, che sono partiti e soffrendo ritorneranno tardi, malati, feriti, spostati, poveri eroi oscuri di ogni tempo e specie di questo nostro tempo, a tutti coloro che sono dispersi per le vie del mondo, per le vie del Dolore.

Io al mio posto.

Voi al vostro. vicino alle sorelle, vicino alla famiglia.

Non dividiamoci le responsabilità!

Dividiamoci i compiti, di modo che domani dinanzi a Dio, tutti quanti, possiamo dire di aver vissuto per gli altri e non per noi soli.

Giorni duri si avanzano, chi non lo sa?

Io al mio posto, voi al vostro.

Lavoriamo duro per esser degni di quella Religione che è vita, attività, opere, non mere manifestazioni esteriori solamente.

Non so se mi capirete.

Parto chiamato da un dovere.

Questo dovere è tale, che mi dà la possibilità e la forza di superare anche quegli ostacoli sentimentali che sono così vivi in me.

Piango, con un nodo alla gola e vi lascio per poco, per esser degno di me e di voi, di Cristo e di Dio Padre, della sua volontà.

Beneditemi anche se non mi avete compreso.

Beneditemi anche se non intuite tutto il tormento della mia giovane anima.

Beneditemi, perché la benedizione dei miei genitori mi accompagni per la via del dovere, sperando che così la intendiate e non come la via di una scappata giovanile.

Spero in questo: che così intendiate questa mia decisione.

Altrimenti partirei con un dolore di più e una lacrima di più per ciglio.

Non politica, non mera ideologia romantica.

I giovani del 1900 non sono più quelli dell’’800.

Pensano e decidono come se avessero sulle spalle tutti i secoli di triste esperienza umana che noi abbiamo fatta su questa terra maledetta per sé stessa, benedetta perché è comando di Dio che essa sia il teatro delle nostre opere feconde.

Parto, ora sono certo, con la vostra benedizione, tornerò più uomo, più cristiano, più maturo per riprendere la mia vita solo quando tutti la riprenderanno nella pace che verrà dopo questo caos terribile.

Vi bacio piangendo, vogliatemi bene perché sento di essere sincero con me e con voi, di non obbedire a nessun comandamento terreno e fiacco e putrido.

So di esser, così, degno di esser figlio di Dio e figlio vostro.

Parto per fare il mio dovere.

Il mio dovere.

Siate forti come voglio esser forte IO.

Arrivederci. Un bacio.

Vostro figlio

Giorgio

(lettera pubblicata in Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana – http://www.ultimelettere.it –, on line dal 26 aprile 2007, INSMLI)

L'autore di questo post

Classe 1982, pugliese, fiorentina d’adozione e con un debole per la Francia. Da quando ho scoperto A. A. Milne e Astrid Lindgren, mi è stato chiaro all’improvviso che cosa avrei fatto da grande e poco importa il fatto che un po’ grande lo fossi già. Da allora mi dedico alla letteratura per l’infanzia e ragazzi, tra studio, letture e i primi passi nel dietro le quinte del mondo editoriale.

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