Fabio Volo, scuola, letteratura e Leonardo Sciascia.

Non ho mai letto i libri di Fabio Volo.
So che parlano di amore, di relazioni, soprattutto, e anche se mi sono trovata (e mi troverò, credo) nel mezzo di cataclismi emotivi e domande definitive sullo stare insieme oppure no, la scrittura di Volo, il corpo e il ritmo della scrittura di Volo, mi rimangono (e mi rimarranno, credo) del tutto indifferenti.
Questo perché ho sempre letto e leggo ancora letteratura per decifrare e insieme mantenere la complessità del vivere, non per trovare (ed è quello che io troverei in Volo) regioni didascaliche dove specchiare e ritrovare momenti emozioni e pezzi di vita vissuta.
In ogni caso, sono convinta che ci sia posto per tutti. Per me che non perderò mai un minuto solo della mia vita a leggere Volo, e per tutti quelli che amano passare un po’ di ore della propria esistenza in compagnia del suo ultimo romanzo.

Non avrete forse colto quel che è successo nelle righe qui sopra, nel senso che qualunque cosa sia successa è suonata come scontata.
Non so se qualcuno ha storto il naso perché ho messo insieme letteratura e Fabio Volo, ma per parte mia credo esistano molti tipi di lettori e molti tipi di letterature; quello che proprio non concepisco, invece, quello che non potrei mai fare, è di allontanare la lettura dalla letteratura e se vi è sembrata una cosa scontata che siano andate di pari passo, credetemi, non lo è.

A scuola accade spesso che lettura e letteratura siano due cose completamente distinte, come scrive Guido Armellini, per venticinque anni insegnante in un istituto tecnico: da una parte c’è l’esperienza umana della lettura e dall’altra parte c’è la letteratura come disciplina scolastica.

Nel mezzo, mi viene da aggiungere, ci sono esperienze come quella dei piccoli maestri o di adotta uno scrittore; in entrambi i casi, sia che gli autori entrino in classe a parlare dei lettori che sono, oppure a discutere sugli scrittori che sono, ecco, in entrambi i casi dicevo, credo si delinei il profilo di una parola, e la parola è: umanità.

Nella città dove vivo, Pesaro, nel 1980 ha preso avvio quella che allora era una delle prime iniziative di incontro con l’autore nelle scuole (una delle ultime preziose piattaforme a favore della lettura nelle scuole è questa), e si chiamava Il gusto dei contemporanei; a idearla e organizzarla era stato lo scrittore e allora professore dell’Istituto tecnico Genga, Paolo Teobaldi.
Paolo mi mandò un giorno il pdf del primo fascicolo del Centro di catalogazione del libro e informazione bibliografica del Comune di Pesaro, che restituisce per intero il lungo dibattito tra Leonardo Sciascia e i ragazzi di diversi istituti superiori di Pesaro.
Nelle parte introduttiva del fascicolo, Teobaldi scrive così:

Oggi a scuola, nonostante la produzione dell’industria culturale italiana sia di 20.000 nuovi titoli all’anno, gli autori si leggono ancora sull’antologia. Ma l’antologia, anche se ottima, di solito produce un curioso effetto deformante. Sceglie gli autori, li pone a un livello di eccellenza ma, nel fare questo, li allontana: Leopardi, Manzoni, Verga, Carducci, Pascoli, Svevo, Ungaretti, Vittorini, Pavese, Calvino, Cassola, Levi, Moravia, Sciascia. Sull’antologia sono tutti grandi ma tutti ugualmente lontani se non addirittura tutti morti, anche quando si tratta di persone che operano pienamente.
L’idea non era tanto quella di dimostrare a un’incredula scolaresca che “gli autori sono in mezzo a noi”, che scrivono sui giornali o lavorano nell’industria culturale; si trattava di confrontare una lettura o delle impressioni che corrono il rischio di diventare standardizzate con l’autore stesso, di interrogarlo, di verificare le proprie chiavi di interpretazione.

Ciò che segue è proprio questo confronto di voci; Sciascia che parla del suo essere scrittore, e scrittore siciliano, in primis, i ragazzi che chiedono dello stile, delle ragioni nei libri, del coinvolgimento nel partito radicale, con toni accesi, talvolta, e dentro un ritmo vivo, interlocutorio che non viene mai meno.
E poi Pirandello, D’Annunzio, gli scrittori di parole e gli scrittori di cose, il fatto che nelle antologie non ci vorrebbe stare, il ruolo dello scrittore, i libri che salverebbe (‘se mi dicessero dieci libri non saprei quali, ma se mi dicessero uno, mi sarebbe facile, ed è I prossimi sposi per quanto strano vi possa sembrare’), e poi Aldo Moro e la necessità di stare dalla parte dell’uomo tradito, e ancora il suo grande amore per Manzoni e I promessi sposi (‘che nasce da un piccolo colpo di fortuna, dal fatto di non averlo letto a scuola’) e di molto altro e da tutte queste cose dette e dal molto altro traspare sempre quella parola: umanità – di ricordi, di esperienze, di ripensamenti, di discorsi riavvolti e riaperti in un attimo, di incontri, di cose amate o odiate.

L’esperienza umana della lettura sta dentro la letteratura e viceversa, altrimenti e in ogni caso è solo carta.

Questo anno di scuola che sta per finire mi ha portato grandi delusioni e grandi soddisfazioni.

Il confine su cui si è giocata la partita è stato proprio questo, nell’incontrare veri lettori nei maestri di scuola e nell’incontrare professori che, se leggono, leggono per sé e tengono ben separate le azioni di lettura e letteratura a scuola, e anche professori che non leggono proprio, per i quali non si pone nemmeno il problema di ‘far leggere’ i ragazzi, ma solo di farli studiare ciò che si ritiene debbano studiare.

Ho iniziato con Fabio Volo perché è uno degli autori che ha subito e subisce più processi per il diritto di cittadinanza nello stato di Letteratura, ma mi chiedo seriamente che importanza possa mai avere stabilire se sia o non sia letteratura quel libro o quell’autore, quando oggi a scuola la letteratura è quasi scomparsa come esperienza umana che nasce dentro la scrittura, dentro la lettura.
E certo viene anche il momento di poter scegliere ‘cosa’ far leggere ai ragazzi, ma questo è possibile solo quando e solo se noi e i ragazzi abbiamo stretto un patto, e il patto è quello di sapere che scrittura e lettura fanno parte della nostra identità e che la letteratura non ha nulla a che fare con l’antologia. Che la letteratura può stare dentro un’antologia, ma l’antologia non è dove sta la letteratura.

Una volta un caro amico, Simone Dubrovic, professore alla Kanyon College University mi ha detto: chi divide la letteratura dallo spirito non ha capito niente della letteratura. E in quello spirito voglio vederci la ricerca di senso, il contorno di un enigma da sciogliere, l’estasi o il dolore dell’esperienza umana.

Far vivere la letteratura a scuola significa dunque, per il maestro, ancora una volta, una cosa sola: scegliere di esserci con le cose che conosce, con le cose che pensa, con le esperienze che ha vissuto: scegliere di mettersi in gioco.

L'autore di questo post

Sono nata a Pesaro nel 1974. Sono autrice di una raccolta di racconti, tre libri per bambini e una storia su un re un po' strano che si chiama Arcifungadue, la trovate su Yuri la rivista. Quasi ogni giorno leggo storie ai bambini e ai ragazzi. Studio e lavoro per la costruzione della loro lingua individuale.

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