Cinque buone ragioni sul perché vostra figlia ascolta gli One Direction

Una riflessione sulla band più carina della storia (dopo Alvin and The Chipmunks, ovviamente)

Emmys 2011 - RED CARPET

Il fandom, per dirla all'inglese, è una delle manie più tipiche e diffuse della preadolescenza e dei primi anni dell'adolescenza. Si tratta di quel sentimento di adorazione totale, che sfiora quasi la venerazione, nei confronti di un personaggio famoso, il più delle volte un cantante o un attore – per i più originali, uno sportivo oppure uno scrittore passato a miglior vita già da un po', tipo io ho perso il conto di quante delle mie amiche e dei miei amici erano innamorati della foto in bianco e nero di Rimbaud, l'unica che si trova. 

Un sentimento potentissimo e totalizzante, più simile alla vera e propria ossessione che all'amore, capace di suscitare sensazioni fortissime e di assorbire completamente i pensieri e il tempo di chi lo prova. L'oggetto del desiderio in questione non ha più valore in quanto se stesso, ma è un semplice simulacro in cui viene proiettato tutto quello di cui si ha bisogno per poter andare avanti e, banalmente, per crescere: amore, protezione, forza, accettazione da parte degli altri, sicurezza, desiderio di bellezza, passione. Si sostituisce all'amico immaginario dell'infanzia, in tutto e per tutto – e ogni giorno, come in un puzzle, se ne aggiunge un pezzo, per costruire un personaggio e un'identità su misura di quello che necessitiamo. Dopo una giornata storta e una litigata con l'amica del cuore, è quello che nella nostra fantasia ci abbraccia e ci consola, rassicurandoci che andrà tutto bene. Se un nostro compagno di classe ci ha chiamate "cicciona schifosa" o se questa mattina abbiamo scoperto l'ennesimo brufolo che ci fa sentire attraenti quanto un grumo di muffa, lui è quello che ci dice che siamo bellissime esattamente come siamo. Quando abbiamo la sensazione che nessuno all'infuori di noi stessi capisca come stiamo e cosa proviamo e abbiamo la testa così confusa che ci fa quasi male, lui sa sempre dire le parole giuste, quelle che ci aspetteremmo, quelle che vorremmo, esattamente come le diremmo noi – siamo noi, in effetti? Io, per esempio, a dodici anni ero fermamente convinta – e ancora lo sono – che Damon Albarn dei Blur fosse la creatura più straordinaria presente sulla faccia della Terra: avevo ritagliato una sua foto da Tutto Musica e l'avevo incollata su un cartoncino, per renderla più resistente. Passavo le ore a guardarla e non mi rendevo nemmeno conto di quello che stavo pensando in realtà, solo sapevo che era qualcosa che dovevo fare perché mi faceva sentire bene. Ogni tanto rimpiango un po' quella sensazione, che mi ricordo solo a sprazzi – ora che sono adulta ovviamente mi rendo conto di tutti i meccanismi che ci sono dietro, ma ancora guardo a quei momenti con tenerezza e un filo di rimpianto. Tutto quello di cui sopra, direi, è perfettamente riassunto in questa immagine trovata in giro per la Rete.

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Chiaro, vero?

Gli One Direction sono una boy band – ammesso che questo termine si usi ancora – costituita nel 2010 da un gruppo di giudici di X Factor UK col simbolo del dollaro – anzi, della sterlina – dentro le pupille. Il perché è presto detto: anche a un cocker sarebbe stato chiaro fin da subito il potenziale megagalattico che questi cinque ragazzetti possedevano quasi inconsapevolmente. Le previsioni erano esatte: tre anni dopo, la fama della band è planetaria e il loro successo inquantificabile, tanto da far gridare al "caso unico nella storia" e a far passare qualche notte insonne a Justin Bieber, l'altro idolo delle teenager odierne, che si è sentito un poco minacciato, non fosse altro che per la differenza numerica. Io, che sono cresciuta nell'era d'oro delle boy band – ragazzi, negli anni Novanta sembrava ci fosse una fabbrica pronta a sfornarne una al giorno – e che da sempre nutro un malcelato e profondo amore per la musica e la cultura pop, mi sono fatta qualche idea sul perché questo è successo. 

Primo: gli One Direction, udite udite, sanno cantare per davvero. Io ho studiato canto per alcuni anni e mi è rimasta la fissa delle voci: bene, lì dentro ce ne sono un paio di davvero interessanti. La lead voice della band è senza ombra di dubbio Harry Styles – che ha contraddetto alla famosa legge di Murphy che colpì il povero Gary Barlow dei Thake That e il miserevole Howie nonmiricordoneancheilcognome dei Backstreet Boys, ovvero che quello bravo a cantare è anche il più sfigato. Harry è di gran lunga il più amato della band, con stuoli di ragazzine che scrivono su Tumblr cose che farebbero un pelino arrossire anche un ergastolano, ma è anche la voce migliore, nonché il più giovane. La sua audizione per X Factor, che si può vedere qui, è piuttosto impressionante, tanto più se si pensa che all'epoca aveva soltanto sedici anni e, per sua stessa ammissione, non aveva mai studiato canto. L'altra voce del gruppo è Liam Payne, anche se suona già un filino più impostata e meno talento naturale. Gli altri tre – Zayn, Niall e Louis – hanno delle voci carine e intonate ma non particolarmente degne di nota, ma sono timbri molto bene assortiti e l'effetto finale è sempre buono.

Secondo: gli One Direction sono dei ragazzini veri, hanno diciotto, vent'anni al massimo. Nei famigerati Backstreet Boys, invece, c'era per esempio Kevin che veniva catalogato come "ragazzino", ma se si fosse per caso avvicinato a una scuola media sarebbero subito arrivati gli agenti a fargli qualche domanda. Una ragazzina che ascolta gli One Direction può davvero immaginarli come i suoi potenziali compagni di scuola – magari averne avuti di così, NDR – o che gli chiedano di uscire a mangiare un gelato o che per San Valentino gli regalino un cuore di pezza con su scritto TI AMO, perché a quell'età gli uomini i regali ancora non li sanno fare. Un'altra cosa che contribusce al fattore immedesimazione è l'aspetto: sono molto carini, questo sì, ma non c'è nessun bellone irraggiungibile, è una bellezza rassicurante e tutto sommato normale, che non mette soggezione e che non spaventa. 

Terzo: gli One Direction non ballano, fanno solo gli stupidi in giro saltellando qua e là. Le coreografie sono ridotte all'osso e se si guarda un video di un loro concerto sembra davvero di trovarsi davanti a un gruppo di ragazzi che si stanno divertendo con poco, una chitarra e un po' di casino. Negli anni Novanta i membri delle boy band dovevano essere ballerini, prima che cantanti, e per ogni video venivano create delle coreografie ultracomplesse, col risultato che i nostri non facevano che sgambettare in giro con la faccia seria e concentratissima per non perdere il ritmo. I concerti dell'epoca prevedevano sempre colonne di fumo, basculanti che calavano il malcapitato di turno e tunnel di luce psichedelica. Anche qui, fa tutto parte del fattore immedesimazione: rendere qualcuno più accessibile e simile a te pur mantenendo la distanza dovuta alla fama, il che rende tutto più affascinante. Come quando ti svegli da un sogno e sei convinto di aver portato con te qualcosa che hai preso nel sogno stesso, e quasi ti stupisci di non trovarlo lì sul cuscino. Mai capitato?

Quarto: sono britannici al cento per cento. E qui è la parte British e patriottica di me che parla. Al di la di questo, la Gran Bretagna è una garanzia e difficilmente sbaglia un colpo, dal punto di vista musicale. 

Quinto: ascoltare musica straniera è sempre un'ottimo esercizio per imparare e migliorare l'inglese. E oggi serve!

Quindi – madri, sorelle maggiori, nonne, cugine, zie, papà, bisnonni e quant'altro – la prossima volta che vi chiederete perché diavolo mai la vostra bimba d'oro passa le giornate a canticchiare "baby you light up my world like nobody else, the way that you flip your head makes me overwhelmed…" fate una cosa, senza farvi scoprire rubatele un cd o il lettore mp3 e ascoltateveli anche voi, per cinque minuti. Mal che vada, vi sarete divertiti. 

 

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5 commenti su "Cinque buone ragioni sul perché vostra figlia ascolta gli One Direction"

  1. Scoperti per caso quando li sentii durante l’esibizione in chiusura delle olimpiadi (o apertura? uno dei loro pezzi era la ‘sigla’ :D), mi è piaciuta la canzoncina e, senza troppo fanatismo, ho scoperto che “Live while we’re young” e “What makes U beautiful” mi piaciucchiano un bel po’ 😀
    Ho 26 anni suonati, non mi ci affeziono più alle boyband, però i punti elencati sono interessanti… i BSB ballavano come pazzi e il più giovane era Nick con i suoi 18 anni, io ne avevo 15 (l’età giusta per adorare questi scemotti :P) e in effetti gli altri era difficile prenderli ‘di mira’…
    Ci hanno studiato meglio sopra, ecco come sono riusciti a creare una nuova boyband interessante.
    Sono d’accordo anche sul punto che riguarda l’Inghilterra.
    Lì ci sanno fare ancora!

  2. Maddalena Ramolini

    Stessa situazione anche per me 🙂 sono decisamente molto oltre il tempo massimo per affezionarmi a una boy band come accadeva ormai eoni fa, diciamo che mi fanno tenerezza, come i potenziali fratellini minori che non ho mai avuto…detto questo, mi piaceva e mi piace l’idea di esplorare a fondo il fenomeno suscitato da quella che è la prima vera boy band di successo dai tempi d’oro dei Novanta, oltre che il concetto di fan così strettamente legato alla fatica, e al bello, di crescere 🙂

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