Il cielo è ovunque (Rizzoli)

il cielo è ovunque

Jandy Nelson, Il cielo è ovunque, Rizzoli

Il 2017 ha chiuso le sue porte da poco e, ripensando ai libri letti negli ultimi dodici mesi, Il cielo è ovunque è sul podio (al primo posto!) tra le letture che più mi hanno colpito e, in questo caso, anche un po’ lasciata indolenzita.

Facile, penserete, qui si parla di Jandy Nelson, che già con Ti darò il sole aveva conquistato noi e molti altri lettori italiani, vincendo il premio Mare di Libri 2016 e il Premio Orbil 2016. La lista dei premi vinti da Ti darò il sole è in realtà molto più lunga se ci affacciamo fuori dai nostri confini e Il cielo è ovunque è, meritatamente, sulla scia del suo predecessore.

Dopo aver lavorato per tredici anni come agente letterario, Jandy Nelson ora scrive a tempo pieno e sicuramente il suo lungo lavoro “dietro le quinte” avrà avuto una sua parte nella capacità dell’autrice di scrivere libri che non sbagliano un colpo.

Quando Bayle non c’è più

Il cielo è ovunque comincia con un lutto molto pesante, accaduto poco prima che inizi la narrazione e che condizionerà tutta la storia: Lennie, una ragazza di 16 anni, ha perso improvvisamente la sorella maggiore, Bayle.

Le due ragazze, molto diverse l’una dall’altra, erano particolarmente legate, anche se Lennie, riflettendo su se stessa ora che è rimasta sola, si sente come se avesse sempre vissuto nell’ombra della sorella maggiore: con una immagine molto significativa, descrive il loro rapporto come se Bayle fosse stata un cavallo di razza e lei, invece, un pony da compagnia.

Quando Bayle muore, Lennie si trova completamente spaesata, come se non ci fosse nessun altro capace di sentire il suo stesso dolore.

Le due ragazze vivevano con la nonna e con lo zio; della madre, partita quando loro erano piccole, non ricordano molto e nulla sanno del padre (o dei rispettivi padri). Apparentemente la madre sembra non essere mancata alle bambine, che la immaginano come una esploratrice in giro per il mondo, pensarla romanticamente come un’avventuriera è meno doloroso di accettare l’idea che questa possa averle lasciate senza mai voltarsi indietro e senza sentire il bisogno di avere loro notizie. Certo, ci sono sempre la nonna e lo zio, due figure affettuose ed eccentriche, ma in due non possono colmare quell’assenza primaria, soprattutto ora che non c’è più Bayle.

Toby che comprende e Joe che apre gli occhi sul cielo

A dire il vero, c’è una persona a cui Lennie si sente vicina, ed è Toby, l’ex ragazzo di Bayle. I due è come se si ancorassero l’uno all’altra, il dolore diventa qualcosa di inaspettato, un’attrazione fisica che va al di là della loro stessa volontà, che non riescono a frenare e che diventa una spirale che invece di aiutarli rischia di consumarli ancora di più, oltre che a riempirli entrambi di sensi di colpa, come se stessero tradendo Bayle e la sua memoria.

Una volta ritornata a scuola, Lennie però incontra Joe, un ragazzo appena arrivato in città, bellissimo e vitale, musicista e con mille interessi, trasferitosi dalla Francia con i genitori e due fratelli (entrambi bellissimi come lui).

Questo ragazzo, sorridente e pieno di energia, sembra interessato proprio a lei, che dovrà rendersi conto di non essere il pony da compagnia che credeva e che, pur tra i sensi di colpa nel sentirsi ancora viva – e anzi più viva adesso di quando era presente la sorella –, è arrivato il momento di prendere maggiore consapevolezza di sé o anche solo di vivere.

Montagne russe emotive

Pensando a questo libro, la prima immagine che mi viene in mente è quella delle montagne russe. Si sale e si scende, a gran velocità, tra il dolore più cieco e fondo e una vitalità irrompente, irrefrenabile.

Il dolore di Lennie le impedisce di vedere, a parte Toby, chi vicino a lei soffre per lo stesso dolore (la nonna, lo zio, ma anche la sua migliore amica da cui si allontana pian piano); l’unico che riesce ad avvicinarsi è Joe, forse anche perché lui viene da un altro mondo, il mondo “dopo” la morte di Bayle, e non conosce la Lennie del “prima”.

La narrazione è intervallata da fogliettini di varie forme e dimensioni sui quali Lennie scrive poesie e pensieri, lasciandoli poi in giro, nei posti più disparati, quasi messaggi in bottiglia, richieste di aiuto di un naufrago perso e solo in mezzo a un oceano di sofferenza.

Un libro che porta tante lacrime ma che, allo stesso tempo, tiene il lettore attaccato alla vita, facendone sentire tutta la forza inaspettata e inarrestabile, qualcosa che non si può controllare e che ci investe nei momenti più inattesi.

Guardo nei suoi occhi senza dolore e nel mio cuore si spalanca una finestra.

E quando ci baciamo, vedo che dall’altra parte di quella finestra c’è il cielo.

L'autore di questo post

Classe 1982, pugliese, fiorentina d’adozione e con un debole per la Francia. Da quando ho scoperto A. A. Milne e Astrid Lindgren, mi è stato chiaro all’improvviso che cosa avrei fatto da grande e poco importa il fatto che un po’ grande lo fossi già. Da allora mi dedico alla letteratura per l’infanzia e ragazzi, tra studio, letture e i primi passi nel dietro le quinte del mondo editoriale.

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