Buongiorno, tristezza

Illustration from A Monster Calls

*nota iniziale: è stato difficilissimo trovare online un'illustrazione che rappresentasse la tristezza nell'infanzia. se cercate su Google, vi si aprono pagine di piccoli che saltellano felici per i prati, fanno girotondi per mano con gli orsi, volano sulla luna e dormono in mezzo al mare – sempre col sorriso stampato sulle labbra. Sembra quasi sia un tabù anche raffigurarla, la tristezza nei bambini. 

"Mamma, sono triste e non so perché": io non sono mamma, ma immagino che una frase del genere possa suonare alle orecchie di chi lo è come – per usare una metafora – l'incudine di acciaio che nei film d'animazione cade direttamente sulla testa dell'incauto protagonista. Lo so anche perché era una frase che da bambina ripetevo spesso e intuivo il disagio che procurava alla mia, di mamma, e il suo stare male per il non poter fare nulla per farmela passare. 

La tristezza è stata il mio primo sentimento forte, quello di cui ti rendi davvero conto, del quale percepisci tutti gli angoli e gli spigoli. Corrisponde anche a uno dei miei primi ricordi consapevoli: avevo circa quattro anni ed ero seduta sul divano a osservare il mondo, una delle cose che da sempre amo di più fare. A un certo punto, ho provato questa sensazione diversa e stranissima, che mi ha investito come un’onda di marea, bloccato un po’ il respiro e inumidito gli occhi.  Tutte le cose nuove, soprattutto a quattro anni, prima che paura e ansia generano curiosità: volevo sapere come sarebbe andata a finire e ho permesso a quel sentimento di invadermi tutta, di prendere possesso di me. Non era negativo, era diverso: somigliava, se dovessi ricordare un sapore, a quello sottilmente amaro ma non del tutto sgradevole di certe erbe; a una musica che lo sai che è bella ma che allo stesso tempo ti fa venire voglia di piangere; alla sensazione del velluto sotto le dita, che è un tessuto che mi ha sempre trasmesso una sensazione strana. Quel primo contatto con la tristezza, improvviso e veloce, ha cominciato a farmi capire che dentro di me – che dopotutto ero un insieme di gambe e braccia e occhi e pensieri che scoprivano il mondo, e gli piaceva – c'era anche quello, solo che allora non riuscivo a comprenderlo. Sono sempre stata una bambina tendente alla malinconia, molto spesso senza motivo: il più delle volte non succedeva niente di particolare, mi sentivo così e basta – e questo spaventava non poco chi mi stava accanto. E, allo stesso tempo, io mi sentivo in colpa, quasi in difetto, perché non riuscivo a essere "solare", caratteristica a quanto pareva indispensabile per chi voleva farsi degli amici. 

Ora che sono adulta, posso capire lo sconcerto assoluto dei miei genitori – e di qualunque genitore che si rapporti a un figlio con un carattere malinconico. Siamo tutti talmente abituati a pensare all’infanzia come all’età della felicità e della beatitudine più assoluta, ai bambini come piccole fabbriche di sorrisi e risate, alla totale mancanza di problemi degni di questo nome: in un’ottica simile, la tristezza risulta del tutto immotivata e stonata, spiazzante e anche un poco inquietante. Perché è triste, se non è successo niente di brutto o spiacevole? Sarà colpa mia? Oppure – eccolo, il pensiero inconfessabile – è capitato qualcosa di tremendo che non vuole o non riesce a dirmi? Un vorticare di pensieri e di congetture, che spesso servono solamente ad accrescere la confusione e il disagio. 

Sicuramente esistono segnali che non vanno ignorati – e altrettanto sicuramente, soprattutto nella vita complicata di oggi, bisogna riservare il triplo dell’attenzione ai cambi di umore e di comportamento di un bambino. Vorrei dire, però, che molte volte si tratta semplicemente di carattere, di attitudine, di stato d’animo e di personalità. Un bambino triste non è per forza un bambino infelice: la tristezza è l’altro lato della medaglia della bellezza, che quando è troppo intensa o viene solo vissuta troppo intensamente porta con sé un vorticare di emozioni dai confini difficili. Un bambino che sa essere triste è un bambino che non ha paura della tristezza, che impara a metterla in conto come avvenimento inevitabile della vita, che diverse volte – paradossalmente – riesce a trovare in questa malinconia la sua forza. Un bambino triste quando è felice sa essere immensamente felice, ve lo posso assicurare perché l’ho provato in prima persona. Vivere le emozioni intensamente è un dono, mi è stato detto una volta, e in questo credo fermamente – come tutti i doni, però, è necessario che si venga educati a usarlo al meglio, affinché diventi un aiuto e non un ostacolo. Penso che a un bambino debba essere permesso di esprimersi come sente e crede: se non ha voglia di ridere come un matto e di saltare sui tavoli, allora va bene così. Non significa per forza che da adulto diventerà una persona cupa, incapace di provare gioia ed emozioni positive. Non bisogna avere timore dei bambini tristi – e neanche degli adulti tristi – lasciarli da parte, pensare che sono troppo strani, che non sanno divertirsi, che hanno qualcosa che non va. Sono come sono – e questo è soltanto il loro modo di vedere il mondo. Ed è legittimo e merita rispetto, come tutti gli altri. 

Esiste un limite alla tristezza? Sì. Il primo segnale d’allarme è quando si trasforma in angoscia, che non è mai un sentimento positivo. L’angoscia fa stare male, confonde le idee, rende la vita difficile: è qualcosa che va considerato e capito. Non mi piace usare la parola “normale” in nessun contesto se non quando mi riferisco a un caffè, ma se è normale ed entro un certo limite sano provare angoscia di fronte a un avvenimento che ci crea preoccupazione o disagio, non è normale provarla senza motivo, o anche nei confronti delle cose più piccole. L'angoscia è molto diversa dalla tristezza, somiglia di più a quella sensazione che si prova quando si inciampa all'improvviso e si sta quasi per cadere a terra: quel brutto vuoto d'aria nel petto, per niente emozionante ma anzi fastidioso, che dura per giorni e giorni. Per un bambino, l'angoscia può essere davvero difficile da sopportare. La paura viene subito dopo, ed è ancora più terribile. Da non confondersi, anche qui, con quella paura sana che evita che ci lanciamo di testa dal divano per atterrare proprio sul pavimento in granito – questa è quella paura brutta, insidiosa come un pantano, che blocca i pensieri e le azioni, terrorizzante, che fa venire solo voglia di nascondersi dal mondo. Avere paura della vita è – anche questo – del tutto logico: è una cosa grande, è immensa, ci può stare dentro di tutto – mica solo le cose belle, questo lo si impara molto presto – e certe volte può sembrare quasi che non ne valga la pena. Poi però si cerca di trovare sempre qualcosa, anche piccola per non dire quasi invisibile, a cui aggrapparsi per andare avanti. Se siete mamme e papà di un bambino triste, provate a fargli capire che vi piace così com'è, che non gli fate una colpa del fatto che non è un piccolo raggio di sole o un ottimista in erba – queste caratteristiche fanno di per sé vivere meglio, forse, ma non devono essere viste come un merito – e che non deve assolutamente avere paura di sentirsi triste, che poi passa, ma che può provare a vivere questo momento come un'opportunità per capire di più se stesso. E può tirare fuori anche tante cose belle e interessanti, da questo suo scorgere sempre le ombre lunghe di tutte le cose. 

 

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