3000 modi per dire ti amo

Succede sempre, ed è inevitabile. Ad un certo punto, girata la boa dei dodici anni, ci si perde di vista. Con se stessi, non tanto con gli altri. Accade insomma, che non ci si riconosce più, e non solo per via di quelle trasformazioni fisiche che allungano o allargano il corpo, a seconda dei casi, affilano e induriscono i lineamenti, ispessiscono la voce e adombrano lo sguardo, anche per quei pensieri che si affastellano in testa e non c’è verso di mettere ordine. Per via di quella nebulosa fitta che appare il futuro, di quegli impulsi irrefrenabili che spingono a far sciocchezze, per quel desiderio tirannico che se non si fa ciò che ordina ora e qui, non si potrà fare mai più. Insomma, crescere è una grande sgobbata. E pochi davvero tra gli adulti, che forse per esservi sopravvissuti preferiscono dimenticarla, riescono a comprenderla, figuriamoci raccontarla. Marie-Aude Murail invece, nei suoi numerosi libri, molti dei quali hanno ricevuto vari premi, riesce, come pochi altri, ad affrescare il salto nel buio dall’infanzia all’adolescenza con ironia e intensità, leggerezza e profondità insieme.Unknown
Anche nel suo ultimo romanzo 3000 modi per dire ti amo, pubblicato da Giunti (219 pagine, 12 euro), segue le vicende di tre ragazzi, dalle medie al liceo, molto diversi l’uno dall’altro, che, grazie alla passione per il teatro, imparano a diventare amici, soprattutto a capire chi sono e chi vogliono diventare. La Murail si inventa tre singolari tipi di adolescenti: Chloe, una ragazza di buona famiglia, timida, esile ed elegante, con un’avversione personale per i piedi, specialmente quelli degli altri e la brutta abitudine a ritrarsi nelle situazioni imbarazzanti; Bastien con la rassicurante aria da ragazzo sano e allegro, ostinatamente fedele a due regole: non faticare mai, far ridere sempre; Neville, bello e maleducato, tormentato come un eroe tragico, abituato a commettere piccoli furti nella speranza di essere arrestato. Alle medie stanno insieme, e già qui scoprono il teatro grazie alla signora Plantié, la prof innamorata di Shakespeare, che, a suo modo, gli insegna a recitare Giulietta e Romeo. L’avventura vera e propria sul palcoscenico però, inizia più tardi, in Accademia, con un professore burbero, ma saggio che sa guidare ognuno alla maniera di un padre, indicandogli la strada per crescere, per immaginarsi un futuro, un ideale da perseguire. Insieme i tre ragazzi percorreranno questo cammino per un bel pezzo, diventeranno amici e complici, impareranno a conoscersi e a parlarsi attraverso le pagine dei canovacci teatrali, i protagonisti delle opere. Gli spettacoli sono il viatico per esplorare emozioni e paure, dominare le insicurezze, forgiare la personalità.
Alla fine del romanzo, la scrittrice francese, che abita a Orléans e conta una vasta produzione di opere tradotte in numerosi paesi, ritrae il viaggio interiore e formativo che trasforma un bambino in adulto, un incontro occasionale in una legame intenso e solido. Insomma, com’è nelle corde di una scrittrice che con sapienza narrativa sa affrontare i temi più delicati: la crescita affettiva, l’omosessualità, i legami e la giustizia, anche questo libro è un intenso scorcio sulla vita.

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